LINGUA E DIRITTI

Ursula, Giorgia e le altre: quando i nomi sminuiscono le donne

I media spesso usano cognome e funzione per parlare degli uomini che ricoprono cariche pubbliche, mentre le donne vengono “ridotte” al solo nome: un modo per depotenziare il loro ruolo

  • 03.09.2025, 17:03
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  • Keystone
Di: Kappa / Sandra Sain 

Non è raro che più quotidiani scelgano la stessa notizia d’apertura, ed è successo anche la mattina del 2 settembre a due dei principali giornali italiani.
La Repubblica apriva con questo titolo: «Nel mirino dei russi il jet di von der Leyen». Nell’occhiello, poi, si spiegava che un’interferenza ha mandato in tilt il GPS del volo della presidente UE, costringendolo ad atterrare in Bulgaria solo con le mappe cartacee, e che Mosca nega ogni responsabilità.
Il Corriere della Sera, invece, titolava così: «Ursula, l’aereo in tilt: pista russa». L’occhiello chiariva: «Fuori uso il GPS della leader diretta in Bulgaria. Mosca nega».

05:02
Von der Leyen davanti ai media dopo l'ultimo attacco russo che ha colpito anche la delegazione UE a Kiev

“Interferenze contro l’aereo di Ursula von der Leyen”

Kappa in libertà 02.09.2025, 18:00

  • keystone
  • Sandra Sain

Notate nulla? Stamattina, in redazione, qualcosa abbiamo notato: ancora una volta, quando si parla di personalità di rilievo, figure di potere, ma donne, queste vengono facilmente ridotte al nome di battesimo. Qualcuno ha ipotizzato fosse una mera questione di numero di caratteri: “von der Leyen” è discretamente più lungo di “Ursula”, e quindi meno compatibile con la grafica del Corriere della Sera. Magari è stato questo, in effetti, il principale motivo per cui il titolista e il grafico si sono alla fine decisi a chiamare la presidente dell’Unione Europea con il solo nome proprio. Ma a me, la diagnosi non torna.

Particolare della prima pagina del Corriere della Sera, 2 settembre 2025

Particolare della prima pagina del Corriere della Sera, 2 settembre 2025

  • RCS MediaGroup

C’era una vecchia battuta che recitava: «L’intervento è andato benissimo, il paziente è morto». Mi torna in mente in questo caso, perché è come dire che a dettare le regole del gioco di come si scrive e si tratta una notizia, è prioritariamente la conta dei caratteri, il limite di battute. Sull’altare del quale si può sacrificare, se non tutto, di certo molto. La lunghezza del titolo è rispettata, con zero sforzo: certo, abbiamo ridotto la massima carica dell’Unione Europea a una Ursula qualsiasi, ma cosa importa?
Davvero non era possibile, spremendosi un po’ le meningi, trovare un’altra formulazione, un altro giro di parole?

C’è una lunga storia, quasi una tradizione, di questa forma di riduzione e depotenziamento del ruolo pubblico femminile. Le scorse elezioni americane hanno visto “Trump” o “Donald Trump” confrontarsi con “Kamala”, non con “la Harris” o “Harris”, ma con “Kamala”. La stampa internazionale era tutto un fiorire di “Kamala”, nonostante l’identica lunghezza di caratteri, con “Harris”. Certo, “Kamala” è un nome distintivo, per lo meno dalle nostre parti, più di Harris. Ma anche di Barack, tra Parigi e Molino Nuovo, non se ne incontrano molti. Eppure, lui è sempre rimasto Obama. E se il titolo stamattina fosse stato: «Emmanuel, l’aereo in tilt», che effetto ci avrebbe fatto?

Ricordo un titolo di qualche anno fa, che recitava: «Il presidente Mattarella e l’astronauta Parmitano in diretta con Astromamma dallo spazio». Non l’ho dimenticato, perché i due uomini – giustamente – sono identificati con cognome e funzione, o ruolo. La donna, Samantha Cristoforetti, con un soprannome social. E badate bene, anche Parmitano gode sui social di una certa popolarità come “Astro Luca”.

Lo so, a qualcuno sembrerà che io stia esagerando. Ma qual è la funzione di un cognome? È ciò che ci individua, e legittima legalmente, pubblicamente. Il nome avvicina, sancisce una relazione di prossimità, è come passare dal lei al tu: lo facciamo quando, di comune accordo, riconosciamo la nostra vicinanza nella sfera privata.
In quella pubblica invece, dato che nessuno di noi – è presumibile – andrà mai a cena con Giorgia, Ursula, Christine o Kamala, le stiamo rendendo meno pericolose, meno disturbanti, meno potenti. Perché, in fondo, anche la mia compagna di banco del liceo si chiamava Giorgia. Insomma, per coerenza con quel filo di irritazione che certe cose ancora suscitano in me, mi verrebbe da chiudere questo commento firmando: Sandra Sain.

Ma se mi avete seguita fin qui, ci basta Sandra.

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