Durante l’assedio di Sarajevo emerse una delle vicende più aberranti e inaccettabili della storia recente: il cosiddetto “turismo dei cecchini”. Secondo numerose testimonianze, cittadini stranieri avrebbero pagato somme enormi per affiancare gruppi armati e colpire civili intrappolati in una città assediata. Non un’ombra della guerra, ma un mercato dell’orrore. Per anni questa storia è stata liquidata come leggenda, forse perché troppo mostruosa per essere creduta. Oggi, invece, è al centro di un’inchiesta della Procura di Milano, che lavora con autorità francesi, svizzere e belghe per ricostruire ciò che non si è voluto vedere.
Le rivelazioni del documentario Sarajevo Safari e il lavoro di Ezio Gavazzeni hanno aperto una breccia. Gavazzeni (al microfono di Francesca Rodesino in Alphaville) racconta che esisteva addirittura un tariffario, spiegando che «c’era addirittura un listino prezzi. Le vittime più costose erano i bambini, poi donne e anziani». Un sistema organizzato, mosso dal profitto, frequentato da imprenditori e professionisti facoltosi che avrebbero pagato quanto il valore di un appartamento per un fine settimana di violenza, per poi tornare alle loro vite rispettabili. È difficile immaginare un cortocircuito etico più devastante.
Sarajevo Safari non è solo un documentario: è un atto d’accusa. Zupanič ha raccolto testimonianze che nessuno aveva voluto ascoltare, restituendo voce a una verità che per trent’anni è stata considerata troppo scomoda per essere reale. Il film mostra quanto sia fragile la linea tra ciò che una società decide di vedere e ciò che preferisce ignorare. È un’opera che non concede alibi: costringe lo spettatore a guardare negli occhi una forma di disumanizzazione che non può essere archiviata come “effetto collaterale” della guerra. È proprio grazie a questo lavoro che oggi un’inchiesta giudiziaria è possibile.
Il “turismo dei cecchini” a Sarajevo
Alphaville 13.04.2026, 12:05
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La Procura di Milano sta acquisendo documenti del Tribunale penale internazionale dell’Aia e lavorando su un esposto dettagliato. Ma la strada è in salita. Il giornalista Thomas Miglierina, esperto di Balcani, non crede che «che francamente sia aumentata questa sensibilità», ricordando come oggi si assista spesso a indifferenza verso crimini simili in altri contesti. È un’accusa che pesa: non basta aver creato tribunali internazionali se poi si tollera l’apatia.
Una delle sfide centrali sarà dimostrare che i partecipanti abbiano effettivamente pagato. Miglierina nota che «la cosa più difficile sarà probabilmente dimostrare che si era lì per pagare, perché la prima cosa che farei se fossi io accusato direi che invece ero lì per simpatia ideologica». È un paradosso amaro: distinguere tra chi ha agito per fanatismo e chi per denaro, quando entrambe le motivazioni restano moralmente insostenibili.

Safari umano a Sarajevo
Laser 14.04.2026, 09:00
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Il documentario Sarajevo Safari ha raccolto testimonianze che per trent’anni sono rimaste nell’ombra. Gavazzeni racconta che un ex membro dei servizi segreti italiani ha confermato diversi elementi dell’inchiesta. Resta la domanda più inquietante: come è possibile che una verità così grave sia rimasta sepolta così a lungo? Miglierina ipotizza che alcune rivelazioni emergano solo quando i protagonisti, ormai anziani, si sentono pronti a parlare. Ma pesa anche il fatto che, all’epoca, l’attenzione pubblica fosse altrove.
Perché la domanda è dove fosse l’Europa. All’epoca, l’Europa era lì e non era lì. Geograficamente vicina, politicamente distante. Sarajevo veniva colpita nel cuore del continente, ma le istituzioni europee oscillavano tra impotenza, lentezza e un attendismo che oggi appare incomprensibile. Le immagini dell’assedio scorrevano nei telegiornali, eppure l’Europa rimaneva paralizzata, incapace di fermare una violenza che si consumava a poche ore di volo dalle sue capitali. Essa, infatti, impiegò anni prima di intervenire in modo efficace. Solo nel 1995, dopo il massacro di Srebrenica e l’ennesima strage a Sarajevo, la NATO avviò bombardamenti contro le postazioni serbo‑bosniache, portando agli accordi di Dayton. È in questo vuoto che fenomeni come il “turismo dei cecchini” hanno potuto prosperare nell’ombra. Oggi, di fronte alle nuove rivelazioni, l’Europa sembra ancora esitante: riconosce la gravità dei fatti, ma fatica a guardare fino in fondo ciò che accadde allora, quando la sua assenza pesò quanto la guerra stessa.



