Storia

Liberi e schiavi

Tra Grecia antica e mondo contemporaneo, la libertà dei pochi continua a poggiare sulla vulnerabilità dei molti

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Schiavi al lavoro nelle miniere del Laurion. Plaquette in terracotta corinzia, V secolo a.C. Le miniere d’argento costituivano una delle basi economiche di Atene. Fotografia da Les Mines antiques du Laurion (PEMF, 2005).

Schiavi al lavoro nelle miniere del Laurion. Plaquette in terracotta corinzia, V secolo a.C. Le miniere d’argento costituivano una delle basi economiche di Atene. Fotografia da Les Mines antiques du Laurion (PEMF, 2005).

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Di: Leonardo Marchetti 

Ogni civiltà costruisce la propria immagine pubblica selezionando ciò che desidera ricordare e ciò che preferisce relegare ai margini.

Il mondo greco, che l’Europa ha assunto a fondamento simbolico della propria identità politica, non sfugge a questa dinamica. Se si apre l’Iliade senza indulgere alla retorica dell’eroismo, si scopre che il conflitto fra Achille e Agamennone prende avvio dal possesso di una donna ridotta a bottino di guerra. Non si tratta di un dettaglio secondario, ma dell’indizio di una struttura. La guerra produce prigionieri, i prigionieri diventano schiavi, e il lavoro degli schiavi libera tempo, risorse e agio per la deliberazione dei cittadini.

La democrazia ateniese, che tanta parte ha avuto nell’immaginario occidentale, si fonda anche su questo presupposto materiale, poiché la libertà dei pochi risulta resa possibile dalla non libertà dei molti.

Luciano Canfora ha insistito a più riprese su questa evidenza, ricordando come la schiavitù non fosse un accidente marginale, bensì un ingranaggio costitutivo delle società antiche, un vero e proprio modo di produzione bellico, come egli lo definisce nel volume Guerra e schiavi in Grecia e a Roma (Sellerio, 2023). Quando le fonti consentono di intravedere le dimensioni numeriche del fenomeno, emerge un quadro che smentisce ogni tentazione di ridimensionamento. In un mondo nel quale la pace era percepita come tregua provvisoria, la guerra costituiva la principale fabbrica di corpi catturabili, e la distinzione giuridica fra libero e schiavo, sancita dal diritto, tracciava una frattura che solo in casi eccezionali poteva essere superata. È dentro questa separazione netta che prende forma la civiltà classica.

Famiglia afroamericana in una piantagione della Carolina del Sud, 1862. Fotografia di Timothy H. O’Sullivan. Library of Congress.

Famiglia afroamericana in una piantagione della Carolina del Sud, 1862. Fotografia di Timothy H. O’Sullivan. Library of Congress.

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E tuttavia, già nell’orizzonte arcaico si sviluppa una linea di riflessione diversa e solo apparentemente inconciliabile con la precedente. Nei poemi omerici si delinea progressivamente l’idea che un’azione sia imputabile in quanto volontaria e che la responsabilità dipenda dalla consapevolezza di chi agisce. Si tratta di una trasformazione silenziosa, destinata a sedimentarsi nel diritto e nell’etica della polis, poiché nel momento in cui l’uomo può dirsi autore dei propri atti non può più attribuirli esclusivamente agli dèi o al destino. La libertà, prima ancora di configurarsi come status giuridico, si definisce così come categoria morale.

Il presente si colloca in una tensione che rende attuali entrambe queste eredità. La schiavitù è formalmente abolita negli ordinamenti contemporanei ma nuove forme di dipendenza si diffondono sotto configurazioni meno riconoscibili. La schiavitù contemporanea tende, infatti, a evitare la proprietà legale, poiché il possesso formale comporterebbe responsabilità e costi, mentre il controllo informale consente di sfruttare senza esporsi. Non si acquista più uno schiavo come bene durevole, lo si utilizza e lo si sostituisce quando non è più funzionale. La vulnerabilità giuridica, l’irregolarità amministrativa, il debito contratto per migrare si trasformano così in dispositivi di coercizione tanto efficaci quanto difficili da intercettare.

Anche in un Paese come l’Italia, dove la Costituzione tutela la dignità e l’uguaglianza, il caporalato nelle campagne del Sud o lo sfruttamento domestico e sessuale mostrano come la dipendenza possa essere prodotta e mantenuta attraverso reti di ricatto e isolamento. Quando l’irregolarità dello straniero preclude l’accesso al lavoro legale e alla protezione istituzionale, la soggezione tende a divenire una condizione strutturale e l’intervento repressivo finisce spesso per colpire l’ultimo anello della catena più che i meccanismi che ne garantiscono la riproduzione.

La distanza rispetto all’antico appare evidente sul piano formale, ma meno netta su quello sostanziale. La Grecia non occultava la propria contraddizione, poiché la libertà dei cittadini si fondava apertamente sull’esclusione degli schiavi.

Oggi l’uguaglianza è solennemente proclamata nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, e la schiavitù è formalmente abolita, ma persistono condizioni strutturali che rendono milioni di persone esposte al ricatto economico e alla precarietà giuridica. Uomini, donne, bambini invisibili alla legge. Per questo il problema è eminentemente politico, perché riguarda il modo in cui le democrazie esistenti definiscono i confini effettivi della protezione e stabiliscono chi possa accedere, non solo in linea di principio ma nella realtà concreta, alla cittadinanza sostanziale.

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