Storia dell’astronomia

La stella che oltre mille anni fa illuminò il mondo

Cronache medievali e dati scientifici raccontano l’esplosione stellare che nel 1006 illuminò i nostri cieli, dall’Oriente alla Svizzera, oggi verificata da telescopi moderni

  • Un'ora fa
Immagine composita del remanente di SN 1006, a circa 7.000 anni luce dalla Terra, ripresa da Chandra: in rosso e verde il gas riscaldato a milioni di gradi, in blu elettroni accelerati a energie elevatissime. L’esplosione, avvenuta nel 1006, segnò la morte di una nana bianca che, superato il limite di stabilità, generò onde d’urto capaci di riscaldare il gas e accelerare particelle nello spazio.

Immagine composita del remanente di SN 1006, a circa 7.000 anni luce dalla Terra, ripresa da Chandra: in rosso e verde il gas riscaldato a milioni di gradi, in blu elettroni accelerati a energie elevatissime. L’esplosione, avvenuta nel 1006, segnò la morte di una nana bianca che, superato il limite di stabilità, generò onde d’urto capaci di riscaldare il gas e accelerare particelle nello spazio.

  • NASA
Di: Elizabeth Camozzi 

Fu la supernova più brillante mai documentata nella storia, un’esplosione stellare di potenza estrema che trasformò temporaneamente l’aspetto del cielo e lasciò tracce durature sia nella memoria umana sia nella materia dello spazio. Accadde nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio dell’anno 1006, quando nel cielo dell’emisfero nord apparve improvvisamente una stella (poi definita SN 1006) così luminosa da superare qualunque altro fenomeno celeste mai osservato dall’uomo.

Fu visibile per mesi, in alcuni casi persino di giorno, e venne descritta da testimoni in regioni lontanissime tra loro: dalla Svizzera all’Egitto, dal Medio Oriente alla Cina e al Giappone.

La descrizione più dettagliata dell’evento proviene dall’astronomo e astrologo egiziano Ali ibn Ridwan, allora diciottenne, che nel suo commento al Tetrabiblos di Tolomeo - testo fondamentale dell’astrologia classica - annotò che l’oggetto, basso sull’orizzonte meridionale, appariva due o tre volte più grande del disco di Venere e raggiungeva una luminosità che, come la Luna, proiettava ombre sulla città sottostante. Studi moderni di storia dell’astronomia, a partire dall’analisi dello storico dell’astronomia Bernard Goldstein e dalla sintesi del fisico Frank Winkler, hanno dimostrato che queste affermazioni sono compatibili con una luminosità stimata oggi intorno a –7,5: un valore che indica una brillantezza straordinaria, molto superiore a quella di qualsiasi stella normale visibile a occhio nudo.

In Svizzera, i monaci benedettini dell’abbazia di San Gallo, situata a oltre 47 gradi di latitudine nord, registrarono lo stesso fenomeno nelle loro cronache annuali, descrivendolo come “abbagliante agli occhi” e sorprendentemente variabile:

[...] Essa era a volte contratta, a volte diffusa, e inoltre, a volte spenta.

La stella colpì a tal punto l’osservatore da meritare un’attenzione maggiore rispetto alla carestia dell’anno precedente e alla pestilenza di quello successivo, rivelando la portata eccezionale dell’evento.

Per quasi mille anni della supernova del 1006 non rimase alcuna traccia osservabile. Solo nel 1965, grazie a osservazioni radio condotte con il radiotelescopio di Parkes in Australia, venne individuato un debole guscio circolare (PKS 1459–41), riconosciuto come il remanente dell’esplosione. Le successive osservazioni in banda ottica, radio e soprattutto a raggi X, effettuate con telescopi spaziali come Chandra, XMM‑Newton e più recentemente IXPE, hanno permesso di ricostruire una struttura a guscio di circa 60 anni luce di diametro, generata da un’onda d’urto che continua a espandersi a velocità di milioni di chilometri all’ora.

Per questo SN 1006 è spesso considerata il primo evento astronomico realmente globale: una sorta di osservazione collettiva ante litteram, avvenuta secoli prima dell’invenzione del telescopio e delle reti scientifiche moderne. È uno dei rari casi in cui testimonianze storiche medievali e scienza contemporanea si confermano a vicenda con notevole precisione: le descrizioni di Ali ibn Ridwan e dei monaci di San Gallo, rilette alla luce di modelli quantitativi moderni, risultano infatti coerenti con i dati osservativi più avanzati.

Oggi sappiamo che non si trattò della nascita di una stella, ma della morte catastrofica di una nana bianca che, superato il limite di Chandrasekhar, esplose distruggendosi completamente. Il materiale espulso generò potenti onde d’urto, capaci di riscaldare il gas a milioni di gradi e di accelerare particelle a energie estreme. Tutt’ora SN 1006 è uno dei principali laboratori naturali per lo studio dell’accelerazione dei raggi cosmici: nel suo remanente sono stati osservati elettroni spinti a energie di decine di tera‑elettronvolt, una delle prove più solide del ruolo dei resti di supernova come sorgenti di queste particelle.

Ma il valore di questo evento va oltre l’astrofisica. Ricorda che l’osservazione del cielo è sempre stata insieme un atto culturale e scientifico, e che lo stupore dei testimoni medievali e l’analisi degli strumenti contemporanei appartengono allo stesso processo di conoscenza. In questo senso, la supernova del 1006 continua a illuminare non solo lo spazio, ma anche il modo in cui costruiamo sapere attraverso i secoli.

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