Storia

Mussolini: il consenso costruito attraverso le immagini

Dalla propaganda visiva del fascismo alla memoria di piazzale Loreto: come le immagini hanno costruito consenso e autorità nel Novecento

  • Oggi, 10:00
Benito Mussolini

Benito Mussolini

  • Keystone
Di: Alphaville/Camel 

La fine di un regime passa anche attraverso le immagini che lo hanno rappresentato.

Il 27 aprile 1945 Benito Mussolini viene arrestato nei pressi di Dongo, sul lago di Como, mentre tenta di fuggire verso la Svizzera insieme a Clara Petacci, travestito da soldato tedesco. Non è soltanto la caduta di un uomo, ma la rottura simbolica di un potere durato oltre vent’anni. Il giorno successivo entrambi vengono fucilati a Giulino di Mezzegra; poche ore dopo i corpi sono esposti a Milano, in piazzale Loreto, appesi a testa in giù. Un gesto che Indro Montanelli definirà «di bassa macelleria messicana», cogliendone la violenza e il senso di resa dei conti pubblica.

Quell’immagine finale, oggi centrale nella memoria collettiva, è il rovescio di un processo lungo e meticoloso. Come ha spiegato la storica Alessandra Àntola Swan, intervenuta ad Alphaville e autrice di Fotografare Mussolini. La costruzione di un’icona politica (Meltemi, 2026), l’immagine del Duce non nasce con la dittatura, ma affonda le radici negli anni precedenti. Prima di essere capo politico, Mussolini è giornalista e comunicatore: conosce i linguaggi della pubblicità e dello spettacolo e comprende che non basta governare, ma occorre costruire il modo in cui il potere appare.

La studiosa sottolinea come l’innovazione del fascismo non risieda in un singolo mezzo, ma nell’uso coordinato di stampa, radio, cinema e fotografia, integrati in una concertazione mediatica che comprende anche dispositivi scenografici: luci, architetture effimere delle adunate, inquadrature studiate, altoparlanti. La politica diventa rappresentazione: conta ciò che accade, ma soprattutto come viene mostrato.

Il leader assume così una dimensione performativa. Il carisma non è naturale, ma costruito: un “carisma fotografico” fatto di pose, gesti e ruoli. E tuttavia non si tratta di un semplice “one man show”: pur controllando la selezione delle immagini, Mussolini agisce dentro una macchina più ampia – dall’Istituto Luce alle redazioni, dai fotografi ai tecnici della stampa – in una società mediatica in rapido mutamento, dove il confine tra realtà e rappresentazione si fa incerto.

Allargando lo sguardo, Luciano Cheles, specialista di studi visuali, ricercatore all’Università di Grenoble e ospite anch’egli in Alphaville, ricorda che l’uso dell’immagine come strumento di potere precede il Novecento. Fin dall’antichità il ritratto ha reso “presente l’assente”, permettendo a imperatori, sovrani e papi di diffondere la propria immagine tramite monete ed effigi. Nel XX secolo, però, Mussolini è tra i primi a servirsi della fotografia in modo sistematico, facendo scuola anche fuori dall’Italia, come mostrano i casi di Atatürk e Hitler, entrambi dotati di apparati fotografici ufficiali.

Ritratto di Mustafa Kemal Atatürk, il fondatore della Turchia moderna, a Istanbul.

Ritratto di Mustafa Kemal Atatürk, il fondatore della Turchia moderna, a Istanbul.

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La propaganda autoritaria presenta tratti ricorrenti: ritratti solenni, volti severi, sguardi fissi, inquadrature dal basso che monumentalizzano la figura, accanto all’immagine dell’“uomo totale”, capace di incarnare ogni ruolo – soldato, sportivo, contadino, artista – in contrasto con leader democratici più informali e accessibili.

Nel fascismo questa costruzione visiva rientra in un progetto pedagogico più ampio: il regime mira a plasmare i cittadini. La fotografia non informa soltanto, ma insegna a vedere e interpretare il mondo, indicando modelli da imitare. L’obiettivo è il “nuovo uomo fascista”: disciplinato, obbediente, virile, fedele allo Stato e al capo, pronto al sacrificio.

A ottant’anni di distanza, la fotografia di piazzale Loreto segna una frattura radicale: anche la stessa immagine del potere è capovolta. Non esistono immagini dell’esecuzione, ma solo quelle successive: anche la caduta è mediata. Per anni quella fotografia viene rimossa dalla sfera pubblica, ma non dalla memoria; anzi, proprio la rimozione ne accresce la forza simbolica.

Dal Novecento ai social media cambiano i mezzi, non la posta in gioco: le immagini continuano a costruire consenso e legittimare l’autorità. La vicenda di Mussolini, letta attraverso le sue rappresentazioni visive, non illumina solo il passato: invita a interrogarsi su come ogni potere lasci dietro di sé un’immagine e su come comprenderne la costruzione resti essenziale per orientarsi criticamente anche nel presente.

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L’immagine del potere

Alphaville 24.04.2026, 12:05

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  • Cristina Artoni

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