A quattro anni dall’invasione russa, Yaroslav Hrytsak, una delle voci più autorevoli della storiografia ucraina, incontra gli studenti dell’Università Cattolica di Leopoli con la stessa determinazione che mostra a Gigi Donelli nell’intervista. «Siamo stanchi, siamo esausti e siamo resilienti» afferma. «E la terza è la parte più importante».
Secondo Hrytsak, la guerra ha riportato al centro dell’Europa un nodo storico irrisolto: «Chi controlla l’Ucraina controlla l’Europa centro‑orientale». Un dato antico, dice, ma che oggi ritorna con forza: «Se la Russia controlla l’Ucraina è come gli Stati Uniti; senza l’Ucraina è come il Canada».
Nel suo sguardo da storico, il conflitto attuale si intreccia inevitabilmente con le grandi fratture del Novecento. Gli ucraini, osserva, hanno imparato dalla propria storia a non confondere la fine della guerra con la fine del pericolo: «Allora, dopo quasi otto anni di combattimenti, si scelse la pace a qualsiasi costo. Ma quella pace ci portò ai bolscevichi, e poi al terrore di Stalin». Per questo oggi la società ucraina è disposta a resistere, perché «questa non è una guerra per i territori, è una guerra per la sopravvivenza».
Anche sul piano personale, la guerra ha scavato solchi profondi: «Il mese scorso ho perso il mio figlioccio, impegnato nella difesa di Kharkiv». A Leopoli, racconta, «al Campo di Marte non c’è più spazio per i caduti». Eppure, proprio in questa tragedia, emerge qualcosa di inatteso: «Non abbiamo mai sentito così tanta empatia, così tanta solidarietà. È vita vera, ed è quello che ti fa andare avanti».
L’insegnamento resta per Hrytsak un ancoraggio fondamentale: «Fa parte della mia strategia per sopravvivere alla guerra». E ai suoi studenti ripete una convinzione semplice e radicale: «La pace non è naturale. La guerra è lo stato istintivo dell’uomo. La pace è artificiale, va costruita e protetta».
Guardando al futuro, lo storico immagina un’Ucraina europea, federale, multilingue: «Il modello svizzero sarebbe ideale per il mio Paese, ma solo quando non saremo più sotto minaccia». Quanto alla questione della lingua russa, è netto: «Meno del 5% vuole uno status privilegiato per la lingua russa. È l’effetto di quattro anni di missili e droni».
Infine, uno sguardo geopolitico: sulla Russia, Hrytsak vede un regime che «crolla lentamente e poi all’improvviso»; su Donald Trump, applica la regola di Tucidide: «I forti fanno ciò che vogliono, i deboli accettano ciò che devono accettare. E lascio immaginare chi siamo noi».
Ma nonostante tutto, il professore torna sempre al rapporto diretto con i suoi studenti: un atto di resistenza quotidiana. «Non siamo spezzati dalla guerra. Ognuno fa la sua parte. E funziona».
Yaroslav Hritsak: “insegno per sopravvivere alla guerra”
Laser 24.02.2026, 09:00
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