Memorie di frontiera

Sostegno ai partigiani: il coraggio oltre la legge

Storie di ticinesi che, tra il 1943 e il 1945, rischiarono tutto per sostenere i partigiani dell’Ossola: un passato rimasto nell’ombra e oggi finalmente riconosciuto

  • 2 ore fa
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Sostegno ai partigiani, svizzeri riabilitati

Prima Ora 11.03.2026, 18:00

Di: Prima Ora/Camel 

Ci sono pagine di storia che, pur decisive, rimangono ai margini della memoria collettiva. Una di queste attraversa le valli ticinesi, il Locarnese e l’Ossola tra il 1943 e il 1945, quando la frontiera svizzera divenne insieme riparo, corridoio di libertà e zona di rischio.

Mentre l’Italia precipitava nel caos dell’Armistizio e la Repubblica Sociale si consolidava sotto l’ombrello tedesco, migliaia di militari sbandati, civili in fuga e partigiani in cerca di sostegno guardavano al Ticino come all’ultima soglia possibile. Ed è in questo scenario che si colloca l’azione silenziosa ma concreta di decine di ticinesi che scelsero, con discrezione e coraggio, di aiutare la Resistenza italiana.

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SEIDISERA del 31.01.2026: Brissago festeggia la solidarietà

RSI Info 31.01.2026, 18:34

Il nuovo studio L’Ossola in guerra. La resistenza al confine sud della Svizzera 1943–1945 (Insubrica Historica, 2026) dello storico ticinese Raphael Rues (intervistato da Michele Trefogli), frutto di trent’anni di ricerche negli archivi federali e cantonali, restituisce volti e storie a una rete solidale rimasta nell’ombra troppo a lungo. Medici, infermiere, autisti, famiglie comuni: un mosaico sociale eterogeneo che, spesso senza proclami, offrì ospitalità, viveri, informazioni e passaggi clandestini ai combattenti dell’Ossola.

Figure come il dottor Varesi, l’infermiera Gabriella ‘Gaby’ Antognini o l’autista Vincenzo Martinetti (padre della poi nota cantante Nella Martinetti) emergono con un tratto sorprendentemente umano: pur consapevoli dei rischi, agirono guidati dalla necessità morale di non voltare le spalle a chi fuggiva dalle violenze nazifasciste.

Il Cantone Ticino durante la Resistenza italiana, 1.ottobre 1944

Il Cantone Ticino durante la Resistenza italiana, 1.ottobre 1944

  • Keystone

Il contesto era drammatico. Dopo l’8 settembre 1943 migliaia di italiani attraversarono il confine: solo tra la notte del 16 e 17 settembre ne entrarono diecimila, una “fiumana” come fu definita allora. Molti erano soldati sbandati, altri civili che non avevano avuto il tempo di scegliere da che parte della nuova e improvvisa linea del fronte volessero stare. La Svizzera, messa improvvisamente sotto pressione, si trovò a dover gestire una massa di profughi che nessun piano preventivo aveva realmente immaginato. Alcuni vennero accolti, altri respinti – tragicamente, nel caso degli ebrei, fino al dicembre 1943, con conseguenze spesso fatali. In questo paesaggio di incertezze, un centinaio di ticinesi attivi in aiuti e collegamenti svolsero un ruolo decisivo: trasportavano partigiani, nascondevano armi, informavano, o offrivano semplicemente un riparo per la notte.

Molti pagarono un prezzo personale. Le autorità svizzere, preoccupate per la neutralità e per il controllo del territorio, li processarono per “indebolimento della forza difensiva del Paese”. Emblematica la vicenda di Florindo Meraldi di Ascona, combattente nell’Ossola, condannato in contumacia nel 1944 mentre era ancora impegnato nelle file partigiane. La sua storia, come molte altre, rivela la distanza tra la lettura giuridica dell’epoca e la lettura etica che la storia avrebbe poi restituito.

 

Oggi, a distanza di decenni, la Svizzera rilegge quelle vicende con un’altra lente. Il Parlamento ha avviato il processo legislativo con l’iniziativa per la riabilitazione dei volontari ticinesi e romandi che sostennero la Resistenza in Italia e in Francia, riconoscendo che le loro non furono infrazioni criminali ma scelte civili e morali che contribuirono anche alla difesa indiretta della libertà elvetica. Le discussioni parlamentari mettono in luce quanto sia complesso e stratificato questo passato: non mancano le voci contrarie, secondo cui le sentenze dell’epoca furono applicate correttamente, ma la maggioranza considera quelle condanne ingiuste alla prova del contesto storico e dell’esito della guerra.

Sebbene il percorso legislativo sia ancora in corso, un primo gesto simbolico ne anticipa il senso profondo: il 18 aprile, al Forte Mondascia di Biasca, si terrà una commemorazione durante la quale sarà inaugurata una targa dedicata ai ticinesi che aiutarono la Resistenza. Un piccolo segno, capace tuttavia di chiudere un cerchio e restituire continuità a una memoria condivisa tra Ticino e Val d’Ossola.

Ricordare non significa solamente celebrare: significa riconoscere che, anche nei frangenti più cupi, ci furono persone – spesso anonime, spesso dimenticate – che seppero tenere viva l’idea stessa di umanità, di mutuo soccorso e di libertà.

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