Pioniera della storia di genere

Elisabeth Joris, la voce che cambiò la Svizzera

Dalla rivolta giovanile in Vallese al grande sciopero del 1991, la storica ripercorre lotte, conquiste e sfide purtroppo ancora aperte nella battaglia per la parità.

  • 2 ore fa
La storica Elisabeth Joris durante una conferenza al Museo nazionale di Zurigo sulla condizione delle donne nel XIX e XX secolo, nell’ambito di un ciclo di incontri dedicati alla storia delle donne e di genere. (31 agosto 2001).

La storica Elisabeth Joris durante una conferenza al Museo nazionale di Zurigo sulla condizione delle donne nel XIX e XX secolo, nell’ambito di un ciclo di incontri dedicati alla storia delle donne e di genere. (31 agosto 2001).

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Di: Laser/Camel 

Riflettere sulla storia delle donne significa tornare alle figure che hanno contribuito a trasformare in profondità la Svizzera contemporanea. Tra queste spicca Elisabeth Joris, nata nel 1946 a Visp, pioniera della storia di genere e voce autorevole del femminismo elvetico (ospite a Laser).

Laureata in lettere e filosofia, vive a Zurigo dal 1966 dove esercita tuttora la professione di storica indipendente. Sin dagli anni Settanta, quando gli studi sulle donne non erano considerati una disciplina accademicamente legittima, Joris ne ha fatto il centro del proprio lavoro intellettuale, pubblicando Frauengeschichte(n) nel 1986 insieme a Heidi Witzig, un’opera oggi considerata fondamentale per due secoli di storia femminile svizzera.

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Elisabeth Joris, una vita per le donne

Laser 09.03.2026, 09:00

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  • Sabrina Pisu

La sua storia personale affonda le radici in un Vallese profondamente cattolico, dove l’educazione delle ragazze era affidata alle suore e scandita da regole rigide. La sua famiglia rappresentava un’eccezione: il padre, proveniente da un ambiente radicale e appassionato di cultura francese, contestava apertamente la gerarchia ecclesiastica. In casa si respirava una libertà intellettuale che, nel contesto dell’epoca, rendeva i Joris una presenza poco allineata. Da adolescente Elisabeth soffrì l’essere percepita come una “cattiva ragazza”: avrebbe voluto conformarsi, ma si trovava ai margini di un sistema sociale patriarcale e conformista.

Negli anni Cinquanta e Sessanta il Vallese cambiò lentamente, mentre Joris si formava in una scuola che raramente vedeva le ragazze accedere a livelli superiori. Prima di entrando in università, ottenne un diploma d’insegnamento, unico percorso allora considerato “accettabile” per le donne. A Zurigo studiò storia e letteratura francese sotto la guida di Rudolf Braun, e successivamente insegnò nelle scuole cantonali e alla Scuola di lavoro sociale di Lucerna. Parallelamente entrò nei movimenti femministi emergenti: co-fondò Kritisches Oberwallis, collaborò alla rivista Olympe e al giornale critico Rote Anneliese, contribuendo alla formazione di una cultura politica femminista in Svizzera tedesca.

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Se Elvezia incrocia le braccia

RSI Archivi 14.06.1991, 16:52

Il punto di svolta della storia svizzera della parità fu il 14 giugno 1991, il giorno del primo grande sciopero femminista nazionale. Dieci anni dopo l’introduzione dell’articolo costituzionale sull’uguaglianza (art. 8 cpv. 3), oltre mezzo milione di donne scesero in piazza per denunciare l’assenza di applicazione concreta del principio. A Zurigo la mobilitazione fu imponente, e anche in Ticino la partecipazione fu significativa, con oltre seicento donne riunite a Lugano. Pur spesso associata allo sciopero, Joris ne ridimensiona il ruolo: la vera promotrice fu la sindacalista Christiane Brunner, affiancata da Bettina Kurz ed Erica Lobb. Joris contribuì fornendo materiali storici e strumenti critici alle scuole e ai luoghi di lavoro, radicando la protesta in una genealogia che risaliva al XIX secolo.

Le conquiste successive – dalla legge sulla parità del 1996 alla legalizzazione dell’aborto nel 2002 e all’introduzione dell’assicurazione maternità nel 2004 – non hanno tuttavia estinto le disuguaglianze. Persistono la disparità salariale, la distribuzione ineguale del lavoro di cura, il tabù degli uomini che chiedono riduzioni di orario (oggi diffuso quasi tre volte in meno), e soprattutto la violenza contro le donne, attualmente amplificata dalla dimensione digitale. Joris da tempo richiama l’attenzione anche sulle migliaia di donne migranti impiegate nei lavori domestici e di cura, spesso senza tutele, custodi di un’economia invisibile e imprescindibile.

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C'era una volta il tempo pieno

Tempi moderni 27.02.2022, 23:15

Negli ultimi anni la sua ricerca si è estesa alla memoria delle donne nelle grandi opere alpine, come nel suo studio sulla tragedia di Mattmark, dove ha riportato alla luce i ruoli rimossi di lavoratrici e mogli degli operai, non solo per colmare una lacuna storiografica, ma per rileggere la storia elvetica del lavoro e delle migrazioni attraverso una prospettiva più ampia e più giusta, in cui anche le biografie femminili marginalizzate trovino finalmente posto nella memoria collettiva.

Il suo consiglio alle nuove generazioni? Chiaro e profondamente trasformativo: costruire la propria autonomia economica, sociale ed emotiva. E ricordare che la libertà non si conquista da sole: nasce dal lavoro collettivo, dalla solidarietà e dalla capacità di ripensare insieme le strutture che limitano ancora oggi la piena parità.

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