Gioco, divinazione, fascinazione artistica e leggende: la storia dei tarocchi attraversa oltre sette secoli e continua ancora oggi a esercitare un potere magnetico.
Una vicenda ricca e sfaccettata che l’Accademia Carrara di Bergamo racconta nella mostra Tarocchi. Le origini, le carte, la fortuna, la più ampia esposizione mai dedicata a questo universo simbolico. Il percorso mette in luce come queste carte si siano trasformate nel tempo, passando da passatempo aristocratico a strumento esoterico e, infine, a terreno di sperimentazione artistica contemporanea.
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Lo storico dell’arte e curatore Paolo Plebani (ospite di Alphaville) ricorda come «i tarocchi nascano nelle corti italiane come un gioco di carte, un passatempo delle ore d’ozio». È infatti nel Quattrocento che compaiono i primi mazzi: Milano, Ferrara, Bologna e Firenze sono i centri in cui il gioco diventa un raffinato intrattenimento aristocratico.
Le carte vengono commissionate a miniatori e artisti, trasformate in oggetti preziosi come i celebri mazzi Visconti‑Sforza, veri e propri capolavori dipinti a mano. La ricerca storica colloca con precisione questo sviluppo nell’Italia del XV secolo, quando i “tarocchi” si configurano come una variante dei giochi di presa allora in voga.
Al cuore del gioco si trovano i “trionfi”, carte speciali dal valore superiore — imperatori, papesse, ruote della fortuna, virtù e figure morali. Un repertorio profondamente radicato nell’immaginario simbolico rinascimentale, popolato di allegorie cristiane e classiche, che ritroviamo anche nella pittura, nei sermoni, nelle processioni e nella poesia dell’epoca. Le immagini dei tarocchi non nascono dunque in un contesto esoterico, ma come rappresentazioni familiari agli occhi degli uomini del Quattrocento.
I Tarocchi, da Bembo a Calvino
RSI Cultura 14.10.2019, 09:29
Tra Cinquecento e Settecento il gioco si diffonde oltre le corti, raggiunge le classi popolari e arriva in Francia, in particolare a Lione e poi a Marsiglia. Qui prende forma il modello oggi noto come Tarocco di Marsiglia, il cui nome deriva dall’importanza che la città assume nell’Ottocento nella produzione di mazzi “a semi italiani”.
È però nell’Ottocento che la storia dei tarocchi cambia direzione: alcuni esoteristi iniziano ad attribuire alle carte origini arcaiche e significati occulti. Figure come lo scrittore francese Antoine Court de Gébelin ipotizzano legami con l’Egitto antico, anche se gli studi storici moderni smentiscono queste interpretazioni. Nel 1789 l’occultista Etteilla pubblica il primo mazzo destinato specificamente alla cartomanzia, sancendo l’inizio di una tradizione che si radicherà nei secoli successivi.
Nel secolo successivo i tarocchi entrano nel territorio dell’arte e della letteratura. I surrealisti li utilizzano come generatori di immagini e associazioni inattese; artisti come Victor Brauner si identificano nelle figure degli arcani. Italo Calvino li trasforma in un dispositivo narrativo nei suoi Destini incrociati. Parallelamente, numerosi artisti contemporanei — da Leonora Carrington a Niki de Saint Phalle — reinterpretano gli arcani, come nel visionario Giardino dei Tarocchi in Toscana.
Secondo la scrittrice e studiosa Marianne Costa (intervenuta anch’essa in Alphaville):
Il tarocco diventa uno strumento per conversare con la saggezza più profonda dell’Occidente
Coautrice con Alejandro Jodorowsky de La Via dei Tarocchi e di Metagenealogia (Feltrinelli), autrice di I Tarocchi passo a passo (2020) e il Il tarocco da vivere (2022) - OM Edizioni.
Una chiave diversa dunque per leggere simboli e immaginazione. E forse è proprio questa duplice natura — gioco e meditazione, regola e visione — a spiegare perché i tarocchi continuino a reinventarsi. La mostra all’Accademia Carrara lo evidenzia con chiarezza: ogni mazzo è una piccola “cattedrale tascabile”, un universo di immagini che interroga chi lo osserva e che, di secolo in secolo, trova sempre nuovi modi di parlare al nostro sguardo.





