Per noi è solo urina. Per un lupo, invece, l’urina che deposita per marcare il territorio è molto diversa da quella che produce per eliminare le scorie del metabolismo. La minzione con la zampa alzata produce un’urina che contiene una vasta gamma di sostanze chimiche che comunicano informazioni. È una sorta di bacheca esposta in natura ricca di informazioni destinate ai consimili: identità, sesso, stato sociale, disponibilità riproduttiva e presenza sul territorio. Gran parte della vita sociale del lupo passa infatti attraverso l’olfatto, un senso straordinariamente sviluppato che gli consente di leggere il paesaggio come un libro aperto.

Branco matriarcale: a sinistra la femmina dominante, davanti la prima femmina sottomessa, dietro la seconda femmina sottomessa, al centro la femmina più sottomessa. Parco faunistico "Les Marécottes" (VS)
Lo studio dell’Università di Neuchâtel
È proprio questo linguaggio invisibile che ha attirato l’attenzione di Giada Studer, Klaus Zuberbühler e Gwendolyn Wirobski del Laboratorio di cognizione comparata dell’Università di Neuchâtel. I risultati del loro studio pubblicati sulla rivista Frontiers in Ethology, rappresentano uno dei primi tentativi sperimentali di capire come i lupi reagiscono alle marcature odorose lasciate da individui estranei al branco. L’obiettivo non è soltanto comprendere meglio il comportamento di questo grande carnivoro. Sullo sfondo si intravede una possibile applicazione pratica: sviluppare in futuro delle “barriere olfattive” capaci di tenere i lupi lontani da greggi e aree sensibili senza ricorrere a misure letali.
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La biologa ticinese Giada Studer è la prima autrice della ricerca
Abbiamo raggiunto e chiesto a Giada Studer quali fossero i principi precursori della sua ricerca, così ci ha risposto: «c’è stata molta ricerca bibliografica per questo progetto e per realizzare la ricerca mi sono ispirata soprattutto al lavoro di due ricercatori: David Ausband, che ha testato dei marcaggi simulati in natura in America ed è riuscito a tenere dei lupi lontani da una zona di frequente predazione per un anno, e Peter Apps che studia da 20 anni come applicare dei “bio-boundaries” (barriere olfattive o sensoriali) per tenere lontani i licaoni in Botswana, attraverso l’uso di feromoni selezionati nelle urine».
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Cinque branchi e tredici lupi sotto osservazione
Nella pratica, lo studio è stato condotto tra aprile e giugno 2024 in quattro parchi faunistici svizzeri. I ricercatori hanno osservato tredici lupi appartenenti a cinque branchi distinti.

Coppia riproduttrice nel parco faunistico di Berna
L’esperimento era semplice ma ingegnoso. Lungo il perimetro dei recinti sono state installate delle stazioni olfattive. La stessa Giada Studer ci spiega come sono state ideate: «i lupi non marcano il territorio a caso, ma cercano punti ben visibili dello spazio (come rocce o tronchi) e sfruttano i sentieri già esistenti, marcando gli incroci per stabilire il proprio limite territoriale. Quindi, oltre ad aver cercato di imitare la deposizione a zampa alzata, ispirandomi a una ricerca sui dingo con l’utilizzo di una lastra in alluminio a 30 cm da terra, ho anche cercato di posizionare queste stazioni olfattive davanti a elementi cospicui e a incroci di sentieri sulla periferia del territorio (il recinto in questo caso)». Praticamente, su alcune placche è stata depositata urina di lupo, su altre urina umana utilizzata come controllo. Le reazioni degli animali sono state registrate da telecamere automatiche per diversi giorni.

Set sperimentale con telecamera automatica (foto/video-trappola)
Giada Studer e il gruppo di ricercatori coinvolti hanno analizzato comportamenti come l’avvicinamento, l’annusamento, le marcature urinarie di risposta, la deposizione di feci e il pattugliamento dell’area. In totale sono state raccolte oltre 55 ore di filmati.
I lupi dominanti sono i più interessati agli intrusi
Il risultato più interessante riguarda il ruolo sociale degli individui. Le coppie riproduttive, cioè i maschi e le femmine che guidano il branco e allevano i piccoli, hanno mostrato una reazione molto più intensa rispetto ai lupi subordinati, come ci conferma la ricercatrice ticinese: «per quanto intuibile e ipotizzabile, è stato davvero fantastico vedere nei risultati l’elevata differenza delle reazioni tra individui riproduttivi e non. Un conto è ipotizzarlo e dirsi che probabilmente saranno gli individui riproduttivi ad avere più interesse nei marcaggi intrusivi, un altro è effettivamente testarlo e vederlo». Di fronte alla traccia odorosa lasciata da un potenziale intruso, gli individui riproduttori si fermavano più spesso, annusavano a lungo, marcavano il territorio e controllavano la zona circostante rispetto al controllo (urina umana). Nei soggetti non riproduttori, invece, la differenza è risultata minima.

Stazione olfattiva: dispositivo ideato dalla ricercatrice dove deporre, a 30 cm dal suolo, le urine da testare
La spiegazione è intuitiva. I lupi dominanti hanno molto da perdere: il territorio, il partner e soprattutto i cuccioli. Per questo interpretano con maggiore attenzione i segnali che potrebbero indicare la presenza di concorrenti o potenziali minacce. Lo studio suggerisce anche qualcosa di più profondo. Le reazioni osservate indicano che i lupi non rispondono automaticamente a un odore qualsiasi. La stessa traccia viene interpretata diversamente a seconda dello status sociale dell’animale che la riceve. In altre parole, una marcatura odorosa non è soltanto uno stimolo chimico: è un vero messaggio sociale il cui significato dipende dal contesto e dalla posizione dell’individuo ricevente all’interno del branco. Questa conclusione rafforza l’idea che la comunicazione chimica abbia un ruolo centrale nell’organizzazione sociale dei lupi e nella difesa del territorio.
Dai messaggi chimici ai recinti invisibili
La prospettiva più affascinante riguarda però il futuro.
Se i ricercatori riuscissero a identificare quali molecole trasmettono informazioni specifiche - ad esempio la presenza di un maschio dominante o di una coppia territoriale - sarebbe teoricamente possibile riprodurre artificialmente questi messaggi. Nasce da qui il concetto di “biofence”, una barriera olfattiva capace di scoraggiare l’ingresso dei lupi in determinate aree.
Il gruppo di Neuchâtel ha già avviato una collaborazione con un biochimico per analizzare il contenuto delle marcature odorose e costruire profili associati a sesso, età e status sociale degli animali. Ormoni come testosterone, estrogeni e cortisolo potrebbero contribuire a definire il messaggio chimico percepito dai lupi.

Vaillante: femmina riproduttrice nel parco faunistico des Marécottes (VS)
Una prospettiva promettente, ma ancora lontana
Questa ricerca rappresenta soltanto un primo passo. Gli esperimenti sono stati condotti in condizioni controllate e con animali ospitati nei parchi zoologici e Giada Studer avverte che: «L’idea di applicazione con cui ho iniziato era vedere se si potesse simulare la presenza di un branco per dissuadere l’avvicinamento di lupi in zone con allevamenti. Tuttavia, ci sono numerosi aspetti da investigare a monte di questo: quali sono le sostanze responsabili delle reazioni territoriali, se c’è una variazione di reazione o composizione dell’urina tra i periodi dell’anno, come alcuni ormoni possono influenzare il messaggio, a quali concentrazioni deve avvenire la loro applicazione, quante volte devono essere rinnovati i marcaggi, ecc. ».
Chi immagina una soluzione pronta per gli alpeggi dovrà, dunque, armarsi di pazienza. Successivamente saranno necessari test in ambienti naturali e valutazioni sull’efficacia a lungo termine. Sarà anche importante capire come evitare che i predatori si abituino alla presenza di questi odori artificiali. Il gruppo di ricerca stima che serviranno ancora diversi anni di lavoro prima di poter proporre uno strumento affidabile e realmente utilizzabile sul campo.
Per ora, dunque, il “recinto invisibile” resta una promessa della ricerca. Ma lo studio di Giada Studer e dei suoi colleghi mostra che comprendere il linguaggio degli odori potrebbe aprire nuove strade alla convivenza tra attività umane e grandi predatori, trasformando un semplice messaggio urinario in uno strumento di gestione della fauna del futuro.

Giada Studer mentre ricarica una stazione olfattiva
Giada Studer: un percorso formativo guidato dalla passione
Il percorso di Giada Studer è comune a quello di tante persone che si appassionano alla biologia fin da piccole. Cresciuta a Stabio, lungo il Laveggio alla ricerca di libellule e anfibi, Giada aveva già deciso il percorso verso la biologia a 10 anni, quando finalmente aveva potuto associare la parola “biologia” al suo significato e alla passione enorme che coltivava. A 13 anni conobbe “l’etologia” e dopo una breve ricerca su internet scoprì che l’Università di Neuchâtel aveva un corso dedicato. La strada era tracciata. All’università ha poi scoperto la passione per i carnivori, le dinamiche di coevoluzione con le prede e il tema scottante della coesistenza. Dal 2022 è anche coinvolta nell’educazione ambientale con le principali associazioni per la conservazione della natura attive sul territorio, convinta che la base per la coesistenza con la natura sia la condivisione della curiosità e dell’interesse per il meraviglioso mondo della biologia nelle nuove generazioni.

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