Siccità, canicola e temperature sopra la media sembrano essere diventate la normalità, con conseguenze che riguardano la salute umana, la qualità degli ecosistemi acquatici o l’agricoltura di montagna. La domanda sorge spontanea: si può far piovere artificialmente?
La possibilità esiste e alcune nazioni stanno già da tempo investendo per cercare di aumentare le precipitazioni nelle zone aride. Tuttavia, credere di contrastare la siccità creando la pioggia artificiosamente è un’illusione.

La siccità danneggia l'agricoltura
Telegiornale 09.07.2026, 20:00
Cos’è il cloud seeding e come funziona
La cosiddetta inseminazione delle nuvole (cloud seeding) è nota da quasi un secolo e la Svizzera è tra i Paesi pionieri nell’uso di questa tecnica. Si tratta di una tecnologia che permette di favorire artificialmente la formazione della pioggia tramite la diffusione di particelle nelle nuvole.
Le gocce di pioggia per formarsi hanno bisogno dei cosiddetti nuclei di condensazione, cioè minuscole particelle (di origine naturale o antropica) attorno alle quali il vapore acqueo che si trova nelle nubi può condensarsi. Con il cloud seeding si inseriscono artificialmente questi elementi nelle nuvole, così da far condensare il vapore acqueo presente al loro interno, tramutandolo in pioggia. Le particelle possono essere diffuse tramite aerei o droni in volo, oppure attraverso razzi lanciati da terra. Tra gli elementi più usati come nuclei di condensazione troviamo lo ioduro di argento. In alternativa può essere utilizzato anche del ghiaccio secco, cioè CO2 allo stato solido, ma anche ioduro di potassio, cloruro di sodio o materiale biologico come i granelli di polline.
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I limiti della tecnica
La tecnica solleva tuttavia parecchi dubbi, come confermato da Ulrike Lohmann, professoressa di fisica dell’atmosfera al Politecnico federale di Zurigo (ETH), tra le maggiori esperte nella ricerca sulle nuvole.
“Molti Paesi investono nella pioggia artificiale perché sono disperati: hanno bisogno di più precipitazioni perché i suoli sono sempre più aridi”, afferma in un’intervista rilasciata ai colleghi di swissinfo.ch. E aggiunge: “I risultati sono però limitati. La quantità d’acqua ottenuta con il cloud seeding è talmente poca da rendere questi interventi uno spreco di risorse”.
Il cloud seeding può aiutare le regioni dove le precipitazioni sono scarse, ma presenta dei limiti: non può generare precipitazioni dal nulla e richiede nubi già presenti. Funge unicamente da stimolo per far aumentare la quantità di pioggia prodotta all’interno di nuvole già presenti, spiega Ulrike Lohmann: “È possibile alterare la microstruttura di una nuvola e modificare l’equilibrio tra goccioline d’acqua e cristalli di ghiaccio al suo interno. Ma non siamo in grado di cambiare le condizioni meteorologiche che portano alla sua formazione. Possiamo intervenire soltanto sulle nuvole che sono già sul punto di produrre pioggia”.
https://rsi.cue.rsi.ch/info/mondo/Inseminare-le-nuvole-per-far-piovere-molti-dubbi-sull%E2%80%99efficacia--3284648.html
Le preoccupazioni ambientali
Un altro argomento di dibattito è l’introduzione in atmosfera di sostanze chimiche come lo ioduro di argento. Secondo Ulrike Lohmann: “Lo ioduro d’argento non è considerato problematico nelle quantità relativamente ridotte usate per il cloud seeding. Questa sostanza è presente naturalmente nei suoli. Tuttavia, un impiego prolungato nel tempo sulla stessa zona potrebbe comportare effetti negativi sull’ambiente o sulla salute umana”.
Inoltre, è difficile poter dimostrare al 100% l’efficacia del metodo. Il problema è affermare con certezza che la pioggia sia causata unicamente dal cloud seeding e non da processi naturali che forse si sarebbero verificati in ogni caso. Per eliminare il dubbio e dimostrare l’efficacia di questo metodo saranno necessari nuovi studi.
L’uso in Europa e in Svizzera
Gli esperimenti di cloud seeding esistono anche in Europa, anche se sono meno ampi rispetto ad Asia e Medio Oriente. Ad esempio, in Francia e Spagna l’obiettivo è di ridurre i danni causati dalla grandine. L’immissione di particelle nelle nuvole favorisce infatti la formazione di grandine di piccole dimensioni, con chicchi meno distruttivi.
La Svizzera è stata uno dei primi Paesi a ricorrere a questa tecnica contro la grandine. I primi test sono stati condotti dal 1950 al 1970. Si tratta di esperimenti che sono stati portati avanti anche in Ticino, sul Piano di Magadino, e per i quali il centro di MeteoSvizzera di Locarno Monti ha avuto un ruolo di primo piano per verificarne l’utilità. Anche qui, però, non sono stati ottenuti gli effetti sperati.









