Quando la Confederazione lancia, nel marzo 2020, un programma di aiuti d’emergenza per far fronte al confinamento legato al Covid-19, vengono sbloccati in poche settimane circa 17 miliardi di franchi a favore di circa 140’000 imprese. Acclamati all’epoca dall’opinione pubblica, questi prestiti Covid continuano però a produrre effetti sei anni dopo. Se oltre il 70% degli importi è già stato rimborsato, alcuni settori restano particolarmente esposti. Nella ristorazione, quasi la metà dei prestiti non è ancora stata restituita. E quando i locali falliscono, il rischio di azioni penali è elevato.
Il motivo è una clausola centrale del dispositivo: in caso di mancato rispetto delle condizioni del prestito, l’imprenditore può essere perseguito personalmente e costretto a rimborsare l’intero importo, pena sanzioni penali. Domenico lo ha sperimentato sulla propria pelle. Questo gerente quarantenne, originario della Puglia, ha preso in prestito 65’000 franchi nell’aprile 2020 per cercare di salvare i suoi due ristoranti ginevrini. Pochi mesi dopo, è costretto a chiuderne uno e a dichiarare fallimento. Tre settimane dopo la bancarotta, riceve una prima lettera da un avvocato. Accusato di aver utilizzato i fondi in modo improprio, è perseguito per truffa e appropriazione indebita, reati punibili con pene detentive fino a cinque anni.
Migliaia di denunce penali
Il suo caso è tutt’altro che isolato. Alla fine del 2025, in Svizzera erano state depositate circa 6’000 denunce penali. Per gestire la concessione estremamente rapida dei prestiti durante la pandemia, la Segreteria di Stato dell’economia (SECO) ha introdotto un sistema di controlli rafforzati. Ha incaricato quattro istituti di fideiussione, che a loro volta hanno affidato tutte le procedure penali a uno studio legale. In Svizzera romanda, questo compito è stato affidato al Cautionnement romand.
Lo studio scelto è Kellerhals Carrard. Un’inchiesta della RTS rivela per la prima volta l’importo totale fatturato da questo studio alla Confederazione tra aprile 2020 e fine novembre 2025: 66,7 milioni di franchi. Il tutto senza un bando di concorso. Interpellata sulle condizioni di attribuzione del mandato, la SECO spiega che “le organizzazioni di fideiussione hanno deciso di incaricare lo studio legale Kellerhals Carrard (KC) per fornire assistenza giuridica nell’ambito della lotta contro gli abusi legati ai crediti Covid-19” e precisa che tali organizzazioni sono “entità di diritto privato non soggette alla legge federale sugli appalti pubblici”.
In altre parole, secondo questa interpretazione del diritto, non era richiesta alcun bando. Una lettura che non raccoglie il consenso unanime tra i giuristi consultati, anche perché sottrae alla concorrenza un contratto di durata indeterminata e dal valore considerevole.
Crediti Covid, tutti colpevoli? (Basik, RTS 05.01.2026)
Mandato centralizzato e opaco
In una mail, la SECO afferma di aver chiesto l’approvazione del Controllo federale delle finanze. Quest’ultimo, però, assicura di non “aver controllato questa attribuzione”. Interpellato, il Cautionnement romand rimanda alla SECO, così come lo studio Kellerhals Carrard. Ricontattata, la SECO precisa di aver “concordato con le organizzazioni di fideiussione di affidare il mandato a un unico studio legale attivo in tutta la Svizzera e in grado di lavorare nelle tre lingue nazionali”. Aggiunge che “ricorrere a un solo studio facilita inoltre la parità di trattamento tra i beneficiari dei crediti Covid-19 e consente di ridurre i costi grazie all’esperienza accumulata”.
La RTS ha potuto consultare il contratto che lega gli uffici di fideiussione allo studio Kellerhals Carrard. Il documento, molto sintetico, non indica né la durata né un tetto finanziario, ma prevede che tutte le procedure penali siano affidate allo studio.
Potenziale conflitto d’interessi
Dal documento emerge anche un possibile conflitto d’interessi: uno degli associati della sede di Losanna dello studio Kellerhals Carrard sedeva all’epoca nel consiglio di amministrazione del Cautionnement romand. Nel giugno 2024 ne è diventato presidente, senza che il contratto venisse rimesso in discussione. Né lo studio né il Cautionnement romand hanno voluto commentare la questione. Da parte sua, la SECO afferma che “Kellerhals Carrard ha agito con trasparenza fin dall’inizio dell’esecuzione del mandato, menzionando esplicitamente questo legame d’interesse nel contratto”, e precisa che “(...) nell’esercizio della sua attività professionale di avvocato presso KC, il presidente del Cautionnement romand non si occupa di pratiche legate ai crediti Covid-19”.
Queste spiegazioni non convincono il consigliere nazionale socialista Christian Dandrès (GE): “Quello che si vede è che c’è poco controllo. Significa che l’Istituto di fideiussione non ha necessariamente i mezzi farlo, e lo stesso vale per il Controllo federale delle finanze. Non c’è quindi una sorveglianza reale ed efficace sul lavoro dello studio”.
Le risorse umane sembrano limitate. Il servizio crediti Covid della SECO conta sei persone, mentre il Cautionnement romand dispone di una decina di posti a tempo pieno per tutte le sue missioni, che vanno ben oltre il recupero dei prestiti Covid. Una situazione che rende praticamente impossibile un controllo sistematico delle circa 400 denunce depositate ogni anno, ossia quasi una al giorno.
Presunzione di colpevolezza
L’avvocato losannese Gilles Robert Nicoud, specializzato nell’accompagnamento delle imprese, osserva questa realtà sul campo. Pur riconoscendo che alcuni hanno abusato del sistema, “usando il denaro per comprarsi un’auto di lusso” o “partendo all’estero senza lasciare traccia”, sottolinea che la stragrande maggioranza degli imprenditori ha agito onestamente. Evidenzia che lo studio Kellerhals Carrard richiede “informazioni estremamente dettagliate su tutte le uscite di fondi che appaiono insolite. Può trattarsi di transazioni da 100 franchi per le quali si chiede lo scontrino, cosa estremamente difficile per le aziende”.
Un clima di sospetto generalizzato denunciato anche dall’esperto contabile Giordano Coletti, che assiste numerose società. Osserva “un’esplosione delle richieste”, che crea una vera e propria “strozzatura” nella giustizia penale. “Penso che quando si conduce un’inchiesta non la si debba fare a senso unico, e qui sembra che si parta dal presupposto che l’imprenditore abbia truffato”, spiega, prima di aggiungere: “L’obiettivo era evitare i fallimenti, non condannare chi ha cercato di salvarsi”.
Giustizia sotto pressione
A Ginevra, le denunce legate ai prestiti Covid hanno assunto proporzioni considerevoli. Secondo la sezione dei reati finanziari, rappresentano ormai “oltre il 20% di tutti i casi attualmente trattati”, con la conseguenza di “allungare i tempi di gestione di tutte le procedure”.
Il sovraccarico è tale che alcune audizioni vengono ora affidate ad altre sezioni, come quella dei minori. La polizia spiega che queste misure sono state “decise dallo Stato maggiore della polizia giudiziaria per far fronte a un afflusso eccezionale di casi e alleggerire temporaneamente il lavoro della sezione finanziaria”. Quest’ultima ha registrato un aumento di oltre il 150% dei casi tra il 2024 e quest’anno, passando da 100 a più di 250 dossier. La polizia precisa inoltre che “questo fenomeno delle denunce legate ai prestiti Covid non è specifico del nostro corpo di polizia: i colleghi di altre polizie romande segnalano difficoltà simili”.
Fino ad oggi, la Confederazione ha recuperato 130 milioni di franchi. Ma più della metà di questa somma è servita a pagare gli onorari dello studio legale, senza contare i costi sostenuti dalla giustizia e dalla polizia. Domenico, sebbene abbia ottenuto l’archiviazione dell’accusa di truffa, resta perseguito per appropriazione indebita, più di tre anni dopo i fatti. Se spera di poter finalmente voltare pagina, molti commercianti restano coinvolti. Secondo la SECO, circa 3’000 casi “sospetti” sono ancora in fase di analisi e potrebbero sfociare in nuove denunce nei prossimi mesi o anni.
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