Dopo essere stato cacciato per secoli fino a sparire dall’Altopiano svizzero, il cervo ha fatto il suo timido ritorno nella regione alla fine del secolo scorso. “Ancora negli anni ‘90 era impossibile immaginare che i cervi si sarebbero davvero diffusi nell’Altopiano e vi si sarebbero stabiliti” afferma Christian Willisch, ecologo della fauna selvatica della Scuola universitaria bernese di scienze agrarie, forestali e alimentari (HAFL).
Su incarico dell’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM) ha studiato insieme ad altri ricercatori come il cervo sia tornato a insediarsi nella regione. “Come tutti gli animali selvatici, il cervo ha bisogno essenzialmente di due cose: protezione e cibo. L’habitat boschivo offre entrambe” sottolinea Willisch. Il cervo, dice il biologo, è in realtà un animale della steppa e come tale un erbivoro. In Svizzera fugge dagli uomini nel bosco e lì si adatta a un’alimentazione diversa, per esempio i germogli di alberi giovani o la loro corteccia.
Il ritorno dei cervi sull’Altopiano (Echo der Zeit, SRF, 23.02.2026)
Queste abitudini alimentari possono presentare un problema per la salute delle foreste, con una popolazione di cervi di circa 40’000 esemplari, secondo i dati dell’UFAM, e in aumento. “Non si può dire che negli ultimi anni il brucamento sia aumentato ovunque, ma gli effetti sui boschi sono chiaramente aumentati” rileva Andrea Kupferschmid, ricercatrice all’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio a Birmensdorf.
Il cervo è però solo uno dei fattori, sono anche camosci e soprattutto caprioli a danneggiare i boschi, aggiunge Kupferschmid. Inoltre, le specie che meglio resistono ai cambiamenti climatici, come querce, aceri, frassini o sorbi, sono proprio quelle più colpite.

Un germoglio d'acero mangiato
Questo ha delle conseguenze: “Dove, per esempio, ci sono foreste di protezione, il brucare della selvaggina ha chiaramente un impatto negativo”, anche sulla biodiversità, spiega Kupferschmid.
Quale sia la quota di responsabilità dei cervi in questa evoluzione non è del tutto chiaro. Gli studi sul campo di Kupferschmid nella regione di Berna e Soletta hanno mostrato che la maggior parte dei danni era causata dai caprioli.
Secondo la ricercatrice si tratta però di una conseguenza indiretta della migrazione del cervo, che avrebbe modificato il comportamento dei caprioli, facendoli spostare in zone dove le loro abitudini alimentari danneggiano il bosco più che nel loro habitat originario.
“Proprio nel momento in cui i boschi devono essere adattati alla nuova situazione climatica e ripiantati con specie arboree più resilienti, le popolazioni di tutti gli ungulati selvatici dovrebbero essere ridotte” sostiene Kupferschmid. L’aumento della popolazione dei cervi arriva quindi in un momento poco opportuno.
Come regolare le popolazioni?
Uno dei mezzi per regolare le popolazioni di ungulati è la caccia, con i Cantoni che fissano dei contingenti per i vari animali da abbattere, imponendo limiti sui periodi di caccia, sesso e età degli animali che si possono uccidere. Questi obbiettivi non sempre vengono però raggiunti.
Un altro modo, secondo Christian Willisch, sarebbe quello di coinvolgere il lupo, che si è evoluto assieme al cervo, è un suo predatore naturale, e potrebbe attenuare l’impatto degli ungulati sul bosco.
Anche Andrea Kupferschmid è favorevole alla presenza di più grandi predatori per rendere il bosco più resiliente al cambiamento climatico, anche se è cosciente che la questione sia altamente politica.

Grigioni: il bilancio della caccia
Telegiornale 14.01.2026, 12:30








