Economia e Finanza

Too Big to Fail

La scheda: cinque anni fa Berna varava un piano da 62 miliardi per salvare UBS dalla bancarotta

  • 30.09.2013, 18:37
  • 05.06.2023, 20:28

“Il fallimento di UBS trascinerebbe con sé i titolari di tre milioni di conti e 128'000 piccole medie imprese: un disastro ben più costoso degli aiuti statali miliardari varati dal Governo”.

Sulla base di queste considerazioni nel dicembre del 2008 le Camere federali hanno approvato il piano di salvataggio da 68 miliardi di franchi, necessario a salvare dal fallimento il maggiore istituto di credito svizzero, finito sull’orlo della banca rotta a causa del suo coinvolgimento nella crisi dei multi ad alto rischio.

Il 16 ottobre del 2008 – esattamente cinque anni fa – l’allora presidente della Confederazione Pascal Couchepin ed il ministro delle finanze supplente Eveline Widmer-Schlumpf , accompagnati dai rappresentanti della Banca Nazionale e dalla Commissione federale delle banche, hanno presentato un piano di intervento statale per traghettare UBS fuori dalle turbolenti acque in cui stava navigando.

Un "problema di fiducia"

“La banca è solida, ma ha un problema di fiducia”, spiegarono allora i membri delle istituzioni finanziarie elvetiche. La ricetta “salva-fiducia” proposta da Berna si articolava in due principali assi: da una parte la creazione di una società ad hoc su cui trasferire gli attivi problematici della banca, detti attivi liquidi, per una massimo di 60 miliardi di dollari – di cui 54 finanziati dalla BNS e 4 dalla stessa UBS – dall’altra il rafforzamento della base dei fondi propri del colosso rossocrociato per mezzo di un prestito da parte della Confederazione di 6 miliardi di franchi da convertire in azioni.

Già nel 2007 si palesarono le prime difficoltà per UBS, legate alla sua forte espansione nel mercato dei mutui sub prime negli Stati Uniti: alla fine dell’anno i suoi dirigenti annunciavano una perdita di quattro miliardi e 400 milioni di franchi, la prima della sua storia. Ma solo due settimane prima dell’intervento del Consiglio federale, i vertici di UBS manifestavano un cauto ottimismo: dopo due ricapitalizzazioni ed il ritorno in zona utili l’istituto di credito sembrava disporre di sufficienti fondi propri. Ma con l’acuirsi della crisi finanziaria, la più grande banca svizzera ha dovuto essere sostenuta dallo Stato, non era mai successo nella storia del nostro paese.

Non tutto il male vien per nuocere

Lo scorso mese di agosto il fondo di stabilizzazione creato dalla BNS ha integralmente rimborsato il prestito e UBS può ora esercitare l’opzione che le permette di acquistare lo stesso fondo. Confederazione e BNS non hanno perso soldi, anzi ne hanno guadagnati. Allora, tuttavia, i titoli tossici acquistati non avevano mercato e UBS avrebbe potuto venderli solo ad un prezzo bassissimo rovinando i suoi conti. Per la BNS c’era la speranza che la situazione cambiasse nel corso degli anni, ma non c’era nessuna garanzia.

Fra le ricadute positive, almeno per la popolazione, dell’aiuto al colosso bancario vi è stata anche l’approvazione da parte del Parlamento dell’innalzamento da 30 a 10'000 franchi della garanzia dei depositi bancari, nonché l’avvio di una seria discussione sui bonus milionari che alcuni manager avrebbero ottenuto, nonostante la loro implicazione nella cattiva gestione della banca, culminata con l’approvazione da parte del popolo dell’iniziativa Minder contro i cosiddetti “paracaduti dorati”.

Ludovico Camposampiero

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