Il Consiglio federale ha dato un consenso di principio alla finalizzazione di una dichiarazione comune, fra Svizzera e Stati Uniti, per regolarizzare le questioni inerenti al passato nell'ambito del contenzioso fiscale fra i due paesi. Lo ha reso noto il Governo, attraverso un breve comunicato.
Nella sua seduta di mercoledì, il Governo si è occupato di una soluzione proposta in materia da Washington. Ma sui contenuti della medesima il Consiglio federale mantiene per ora il riserbo. Il Dipartimento federale delle finanze è stato intanto incaricato di procedere ai necessari lavori.
La sottoscrizione di questa dichiarazione comune dovrebbe consentire alle banche svizzere di risolvere le controversie sorte con le autorità statunitensi, nel quadro dell'ordinamento giuridico in vigore.
La ministra delle finanze Eveline Widmer-Schlumpf aveva già cercato di risolvere il contenzioso, chiedendo al Parlamento di autorizzare le banche a collaborare con le autorità statunitensi, senza rendersi responsabili di violazioni del diritto penale svizzero.
Gli istituti, in particolare, avrebbero potuto fornire informazioni sul proprio personale e su terzi coinvolti in attività prese di mira dal fisco statunitense. Tale progetto, la cosiddetta "lex USA", era stato tuttavia respinto lo scorso giugno dalle Camere federali.
Secondo il "Tages Anzeiger", la nuova soluzione dovrebbe coprire il periodo compreso fra l'agosto del 2008 e l'entrata in vigore, nel 2014, del nuovo accordo FATCA sul futuro delle transazioni bancarie. Essa non si applicherebbe alle banche già accusate di aver violato il diritto americano.
Red.MM
Gallery image - USA-CH: verso un accordo fiscale
Quello del Governo è stato un comunicato scarno, ma con molteplici implicazioni. La Svizzera ha quindi ripreso il cammino verso una soluzione al confronto con gli Stati Uniti in materia di fiscalità. E il primo passo lo ha compiuto il Consiglio federale, dando il suo assenso alla stesura di una dichiarazione comune (“Joint statement”) fra Berna e Washington. La strada è quindi tracciata. Ma il percorso, a questo punto, dovrà anche rispettare condizioni ben precise. Non potrebbe essere altrimenti, dopo la secca archiviazione della cosiddetta “lex USA”.
Il Consiglio federale, almeno per ora, non intende illustrare i contenuti della soluzione proposta dagli Stati Uniti. Alcuni giornali formulano ipotesi e anticipazioni, ma sul piano ufficiale il silenzio è pur sempre assoluto. Ad ogni modo la nuova soluzione dovrà necessariamente includere elementi di significativa novità, rispetto ai termini del testo bocciato dal Parlamento in giugno. Del resto, il no alla "lex USA" ha messo in evidenza un clima di rigetto di fronte a offerte unilaterali da parte di Washington. Su questo terreno, le Camere attenderanno nuovamente al varco il Consiglio federale.
Il Governo dovrà quindi essere bene attento a non esporsi ad accuse di subalternità alle pretese statunitensi. Ma, stando alla lettera del comunicato, l’applicazione del “Joint Statement” consentirà soluzioni per le banche nell'ambito dell'ordinamento giuridico in vigore. Ciò appare indicativo: può preludere all'esclusione di soluzioni speciali, come pure a sostanziali garanzie nei confronti dei dipendenti bancari i cui dati potrebbero finire in mano agli Stati Uniti. Proprio intorno alle esigenze di protezione nei loro confronti - non va dimenticato - ruotavano molte delle critiche espresse contro la “lex USA”.
Appena due giorni fa, nel suo ultimo incontro con i media in qualità di segretario di Stato, Michael Ambühl aveva respinto l’idea di una Svizzera troppo condiscendente di fronte alle pressioni straniere. “Sul piano internazionale abbiamo fama di essere tenaci”, ha anzi aggiunto. Ma solo i termini della nuova soluzione, una volta pubblicati, potranno dare la misura dell'effettiva tenacia mostrata dai negoziatori svizzeri. E in un terreno fra i più difficili.
Alex Ricordi




