Sulla carta il WEF di quest’anno è poco diverso da quello delle ultime edizioni. A Davos c’è la solita cinquantina di capi di Stato e di governo, una foltissima schiera di top manager di fama planetaria, dirigenti delle principali ONG, esperti di ogni sorta e giornalisti da tutto il mondo. Un prestigiosissimo carrozzone che, per alcuni giorni, trasforma la cittadina grigionese in uno degli ombelichi del mondo.
Qualcosa non torna
Eppure, eppure quest’anno c’è qualcosa che non quadra. Questo WEF sembra in qualche modo incompleto, forse parzialmente sottotono. Certo, rispetto al recente passato, lo hanno snobbato i rappresentanti ufficiali delle due principali potenze mondiali (Stati Uniti e Cina) che, dopo il rinnovo dei rispettivi governi in autunno, sono ancora parzialmente alle prese con la delicata fase del passaggio dei poteri alle nuove compagini. Ma credo di poter dire che il punto non sia comunque questo.
Se al WEF 2013 manca qualcosa, questo qualcosa è il tema catalizzatore, insomma l’arrosto attorno al quale ruota il fumo. Forse è solo un’impressione dettata dal fatto che negli ultimi anni l’emergenza della crisi (dei subprime prima, dell’eurozona poi) aveva davvero dominato l’evento. Ma sembra proprio che quest’anno il WEF sia ancora più dispersivo del solito proprio perché non ha identificato un nuovo tema caldo e sufficientemente globale sul quale concentrarsi.
Un'edizione dispersiva
E allora i partecipanti dibattono della sostenibilità dei sistemi sanitari, di disoccupazione giovanile, della crisi siriana o del nuovo Eldorado rappresentato dall’Africa sub sahariana. O ancora, addirittura, di arte trasformativa, del fattore felicità nella crescita economica e del criptico concetto di leadership consapevole. Quasi tutto attuale e interessante.
Ma il gusto, quasi glamour, di ritrovarsi sulle Alpi per studiare nuove strategie sul come affrontare l’incendio finanziario che divampava in Europa (e che nonostante gli interventi lenitivi della Banca centrale europea, dicono molti, continua a divampare) era un’altra cosa. Insomma sembra che il WEF abbia bisogno delle emergenze. Chissà se anche le emergenze hanno bisogno del WEF.
Marzio Pescia



