La testimonianza

“Papà, hai cinque giorni per venire a prenderci”

Il racconto di Yevhen Meshevoy, un padre ucraino che ha rischiato di vedersi portare vie i tre figli dall’esercito russo

  • 24.02.2024, 06:36
  • 24.02.2024, 06:59
Yevhen Meshevoy e le sue figlie

Yevhen Meshevoy e le sue figlie

  • RSI
Di: RSI Info/ Testimonianza raccolta da Annalisa De Vecchi 

I suoi tre figli sono tra quelli deportati in Russia nel momento in cui l’avanzata dell’esercito di Putin sembrava inesorabile. A Davos, a margine del World Economic Forum, la RSI ha raccolto la testimonianza di Yevhen Meshevoy, un padre ucraino di 40 anni che nella primavera del 2022 si trovava a Mariupol, la città rasa al suolo dalle bombe russe. In quei giorni lui e i suoi tre bambini cercavano riparo dai bombardamenti nei rifugi di cemento armato.

“Il 7 aprile sono venuti a dirci che dovevano evacuare perché le forze russe stavano per arrivare e i ceceni avrebbero fatto pulizia”, ricorda l’uomo. Per non rischiare la vita dei suoi cari, decide di partire anche se non sa bene dove andare.

La situazione precipita a un posto di blocco, dove i militari russi controllando un suo documento scoprono che Meshevoy, anni prima che scoppiasse la guerra, aveva prestato servizio nell’esercito ucraino. “Si sono stretti la mano e hanno detto: ‘Oh, tu adesso verrai con noi. Trova qualcuno che prenda i tuoi figli, perché adesso noi prenderemo te”.

In quei momenti Yevhen Meshevoy cerca di temporeggiare, perché i bambini avevano con sé dei bagagli che non erano in grado di portare. Cerca qualcuno che si occupi di loro per il breve tempo di andare al comando russo o in qualsiasi altro posto, spiegarsi velocemente e tornare indietro.

Al momento dei saluti e del distacco, che credeva breve, decide di affidare una piccola croce, che aveva con sé, a uno dei figli. Che però rifiuta: “No, prendila tu. Ti proteggerà”. Durante la prigionia, che è seguita, la croce gli è stata portata via dai soldati russi e ora ne ha una copia per ricordare che questo era un oggetto che lo ha protetto.

Yevhen Meshevoy è rimasto internato per un mese e mezzo in un campo russo a Olenivka, un comune nell’oblast di Donetsk. Quando, il 27 maggio 2022, viene rilasciato e si reca a ritirare i suoi documenti gli viene detto che i suoi figli erano stati mandati a Mosca. Per giorni cercadi mettersi in contatto con loro, finché un giorno di giugno riceve la chiamata di Marwij, il più grande, di 12 anni, cui aveva dato un numero di telefono prima di separarsi. “Due donne – gli racconta il figlio – sono venute a dirci che tra cinque giorni il campo chiuderà e noi saremo mandati in un orfanatrofio oppure affidati a qualche famiglia. Vieni a prenderci!”.

Da allora Yevhen Meshevoy è tornato con i propri figli, ma il trauma è rimasto. “Qualcuno dice che non torneremo alla normalità. I bambini sono rimasti traumatizzati e spaventati. Mia figlia è nelle condizioni peggiori. Quando a Riga (la capitale della Lettonia, ndr), dove vivo ora, capita ai bambini di sentire i fuochi d’artificio si spaventano moltissimo. Le feste non sono più un momento divertente per loro”.

Ricette in tasca per ricomporre i cocci quest’uomo non ne ha: “Solo l’amore di un genitore”, e una speranza: “Che la guerra finisca e che la nostra gente smetta di morire. Io stesso sono stato prigioniero e ho visto con i miei occhi e sentito con le mie orecchie come le forze russe torturavano i nostri soldati. È talmente orribile, voglio solo che finisca per poter vivere in pace con i miei figli”.

immagine
02:26

Due anni di guerra, il reportage da Mosca

Telegiornale 23.02.2024, 20:00

rsi_social_trademark_WA 1.png

Entra nel canale WhatsApp RSI Info

Iscriviti per non perdere le notizie e i nostri contributi più rilevanti

Correlati

Ti potrebbe interessare