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Brasile, quell'oro nero che divide

Ci sono grandi aspettative in Brasile, ma anche forti polemiche, intorno agli enormi giacimenti di petrolio scoperti nell'Oceano Atlantico

  • 23.11.2013, 08:34
  • Ieri, 12:03
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  • REUTERS

Il Brasile si prepara a diventare una nuova potenza petrolifera, ma non tutti, in patria, sono felici di un boom destinato a rivoluzionare gli schemi tradizionali nell’industria dell’oro nero. Il gigante sudamericano si è lanciato con fermezza nell’esplorazione del cosiddetto Pre-Sal, una grande area situata nell’Oceano Atlantico a settemila metri sotto il livello del mare e in cui si stima ci siano riserve enormi, capaci di far crescere le riserve disponibili dagli attuali quindici ad oltre cinquanta miliardi di barili. Una sfida tecnologica complicata, ma che potrebbe far diventare il Brasile il quarto produttore di greggio al mondo subito dietro la Russia e le potenze arabe.

La sfida è iniziata durante il governo dell’ex presidente Lula da Silva ed è portata avanti dalla sua erede politica Dilma Roussef. Quest’ultima ha promesso che i proventi della vendita del petrolio a partire del 2018, la data in cui si prevede si inizierà l’esportazione di grande scala del Pre-Sal, saranno destinati a programmi pubblici per l’Educazione e la Sanità, due settori in cui la presenza dello Stato è ancora deficitaria in un paese da duecento milioni di abitanti. Al di là dell’ottimismo ufficiale, però, esistono forti controversie e opposizioni da parte di diversi settori della società civile.

I sindacati del settore, in particolare quelli del colosso pubblico Petrobras, non sono contro il Pre-Sal, ma si oppongono all’apertura verso le compagnie straniere, com’è successo nella prima asta ufficiale che ha deciso lo sfruttamento del bacino di Libra, il più grande finora scoperto, assegnato ad un consorzio formato dalla stessa Petrobras assieme all’anglo-olandese Shell, alla francese Total e alle due compagnie petrolifere pubbliche cinesi CNCP e CNOOC. La giornata è stata segnata dalle proteste fuori dall’hotel di Rio de Janeiro, dove l’asta veniva realizzata. Secondo il governo le alleanze con le società straniere sono necessarie per affrontare i costi dell’intera operazione.

Ci sono, poi, preoccupazioni anche dal punto di vista ambientale; Greenpaece ed altre organizzazioni ecologiste mettono in guardia sui rischi insiti alle operazioni di ricerca in alto mare e ricordano il recente disastro nella piattaforma della Chevron nel golfo del Messico. “Vi immaginate – si domandano – una grande macchia nera visibile dalle spiagge dorate di Rio de Janeiro?” Il Governo, comunque, non sembra voler far marcia indietro; le polemiche, assieme alle aspettative intorno al “sogno petrolifero brasiliano” sono destinate a continuare.

Emiliano Guanella

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