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Centrafrica, un paese spezzato

II servizio del nostro inviato in una terra da ricostruire

  • 07.03.2014, 13:30
  • 4 maggio, 13:03
Centrafrica, un paese spezzato

Centrafrica, un paese spezzato

  • KEYSTONE

La virata prima dell’atterraggio all’aeroporto di Bangui regala una doppia vista mozzafiato su altrettanti fiumi. Il primo è l’Ubangui, che serpeggia sornione dividendo il Centrafrica dalla Repubblica Democratica del Congo, orlata di colline verdi lussureggianti.

L’altro è un fiume di persone, che pure toglie il fiato. Le vedi lì sotto, il carrello che sta per sfiorare la pista e loro a una manciata di metri dal nastro d’asfalto su cui plana l’aereo. L’assurdo biglietto da visita di questo paese è quella moltitudine di esseri umani: donne, uomini e un’infinità di bambini. Quasi 100.000 persone. Sono accampati e ammassati con qualche masserizia tra vecchi bi-elica, hangar e tende di fortuna, in un polverone di terra ocra.

Nel mezzo

Il Centrafrica sta nel mezzo del continente. Per mesi il mondo si è dimenticato di una gravissima crisi, provocata un anno fa dal golpe di un manipolo di miliziani e mercenari musulmani provenienti anche da Ciad e Sudan. Accozzaglia di pseudo-ribelli, scalzacani senza scrupoli, bande criminali alleate tutti insieme per creare la “Seleka”, che significa appunto “alleanza”.Hanno cacciato il presidente e hanno insediato Michel Djotodia, primo musulmano a capo del paese.

Ma soprattutto per quasi nove mesi hanno compiuto crimini di ogni tipo, anche nella capitale Bangui. Hanno saccheggiato, rubato, violentato, calpestato i diritti umani dei civili, soprattutto cristiani ma non solo. Vessazioni di ogni sorta, col rischio evidente di conseguenze incalcolabili. Così è stato.

Selenka vs Anti-Balaka

Le bande di autodifesa – composte da cristiani e animisti – si chiamano “Anti-balaka”, anti-machete in lingua Sango. All’inizio dello scorso mese di dicembre hanno scatenato una furibonda caccia al “musulmano”. Si sono vendicati su questa comunità per i disastri provocati dalle milizie Seleka. Hanno agito impunemente sotto gli occhi dei quasi 6.000 peacekeeper africani e dei 2.000 soldati francesi inviati a dicembre da Parigi.

Il danno ora sembra irreparabile: comunità che convivono da sempre hanno subìto una lacerazione devastante. La violenza è esplosa incontrollabile. Anzi, controllata ad arte da qualcuno, legato forse al deposto presidente Bozizè, cacciato un anno fa proprio dalle milizie della “Seleka”.

Profughi di quartiere

“I musulmani continuano a ucciderci”, ci racconta una donna nel campo profughi all’aeroporto. Eccolo l’effetto devastante: una parte per il tutto. Il “nemico” non sono i miliziani di “Seleka”, in gran parte musulmani. Ma l’intera comunità. Presa di mira nel suo insieme, oggetto di una vendetta spietata e cruenta, consumata a colpi di machete e arti mozzati.

Numeri da capogiro

Basta passare con l’auto lungo Rue Koudougou. Della rivendita di cellulari “Ousifa”, resta in piedi solo un pezzo di facciata color caramello. Il resto, bruciato e distrutto. Tutti negozi qui nel quartiere PK 5 – a cinque chilometri esatti dal “chilometro zero” del centro città – sono stati devastati. Non solo. Oltre ai circa duemila morti da dicembre, si contano quasi 1 milione di profughi, tra sfollati all’interno del paese e rifugiati nei paesi vicini. Un quarto della popolazione scappato dalle proprie case. Tutti per lo stesso motivo: terrore dell’altro: del “musulmano”, per i cristiani, degli “anti-balaka” per i musulmani. Questi ultimi sono in gran parte fuggiti dalla capitale Bangui.

Emiliano Bos

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Ma non è un conflitto religioso

In due giorni, me lo sono sentito ripetere un sacco di volte. Da Lea Koyassoum Doumta, vice-presidente del Parlamento di transizione. Da Attahirou Baladeodeo, sindaco del 13esimo arrondissement, l’ultimo quartiere musulmano ancora abitato, dove i cristiani continuano a convivere con l’altra comunità come prima. Non è un conflitto religioso, me lo dice anche la signora Clarisse Manehou, che coordina il forum delle donne cattoliche. E me lo ribadiscono – seduti allo stesso tavolo – l’arcivescovo di Bangui Dieudonné Nzapalainga e l’imam Oumar Kobine Lamaya. Li incontro insieme nella residenza vescovile, dove il capo della comunità musulmana è ospite ormai da tre mesi per motivi di sicurezza, sotto scorta armata dei militari della missione africana. “Per ricostruire il Centrafrica c’è bisogno di giustizia e riconciliazione”, scandiscono all’unisono. Ma oggi il Centrafrica non esiste più. Scuole chiuse, tribunali inesistenti, polizia allo sbando, emergenza umanitaria di immense dimensioni. “Ce la possiamo fare – insistono i due leader religiosi, seduti su questa terrazza a ridosso del fiume – solo se sapremo ricreare la convivenza tra le nostre comunità”. Per adesso, purtroppo, sembra prevalere un abisso di terrore e diffidenza reciproca, largo come l’Ubangui, che scorre lì sotto, placido e inesorabile.

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  • Anti-Balaka

    RSI Info 04.03.2014, 20:37

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  • I profughi

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  • La voce delle donne

    RSI Info 17.03.2014, 17:03

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  • La vicepresidente del Parlamento

    RSI Info 17.03.2014, 17:03

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  • L'insegnante senza lavoro

    RSI Info 17.03.2014, 17:03

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