La Russia, uno dei maggiori produttori ed esportatori di petrolio al mondo, è alle prese con una crescente carenza di carburante sul proprio territorio. A riconoscere pubblicamente la gravità della situazione è stato domenica il presidente Vladimir Putin, secondo il quale i problemi di approvvigionamento continuano a colpire automobilisti e imprese in diverse regioni del Paese.
“Purtroppo ci sono ancora code alle stazioni di servizio”, ha ammesso Putin durante una riunione con i vertici del governo e del settore energetico dedicata alla distribuzione dei combustibili. Il presidente ha annunciato che una task force sta lavorando senza interruzione per aumentare le quantità disponibili, contenere i prezzi e garantire le forniture alle attività considerate prioritarie. Al centro delle preoccupazioni del Cremlino c’è soprattutto l’agricoltura. Con l’avvicinarsi della stagione del raccolto, Putin ha chiesto che vengano rispettati tutti i programmi di consegna del carburante alle aziende agroindustriali. Una disponibilità insufficiente di diesel potrebbe infatti rallentare il lavoro dei mezzi agricoli e produrre conseguenze più ampie sulla produzione alimentare.

Il summit con il presidente Putin, di domenica al Cremlino, per discutere del carburante
Tra le misure allo studio c’è un divieto totale di esportazione del diesel, che consentirebbe di destinare una quota maggiore della produzione al mercato interno. Il governo aveva già limitato le esportazioni di benzina e carburante per aviazione. La necessità di estendere il blocco al diesel resta tuttavia oggetto di discussione: il vicepremier Alexander Novak aveva sostenuto nelle ore precedenti che, almeno per il momento, una misura così drastica potrebbe non essere necessaria.
Putin ha riferito che le riserve di benzina sono scese a circa 1,7 milioni di tonnellate, ma ha assicurato che la produzione di luglio dovrebbe superare quella di giugno. La situazione richiede comunque, ha detto, “misure sistemiche” proporzionate alla portata delle difficoltà.
Le raffinerie nel mirino
Dietro la crisi ci sono soprattutto i ripetuti attacchi ucraini contro raffinerie, depositi e altre infrastrutture petrolifere russe. Kiev ha intensificato l’impiego di droni a medio e lungo raggio, cercando di ridurre la capacità di Mosca di produrre carburante per le forze armate, per il sistema logistico e per l’economia nazionale. Nelle ultime ore un incendio ha colpito la raffineria di Slavyansk-na-Kubani, nella regione meridionale di Krasnodar. Secondo le autorità russe, le fiamme sarebbero state provocate dalla caduta dei frammenti di droni abbattuti. L’Associated Press riferisce che nell’attacco sono morte almeno due persone e che le operazioni militari hanno causato temporanee interruzioni nei trasporti e la chiusura di alcuni aeroporti.
La strategia di Kiev è colpire un settore che rappresenta contemporaneamente una fonte essenziale di entrate per lo Stato russo e un elemento indispensabile per sostenere lo sforzo bellico.
Anche la grande raffineria di Mosca, principale fornitrice della capitale e della regione circostante, ha subito gravi danni in due distinti attacchi nel corso di giugno. Secondo fonti industriali citate da Reuters, l’impianto potrebbe rimanere inattivo per almeno sei mesi. La sua chiusura complica ulteriormente la distribuzione in un sistema già sotto pressione per i fermi imprevisti e per la ridotta capacità di lavorazione del greggio.

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