Il Mississippi chi abita a Reserve non lo vede; scorre al di là dell’argine contro le inondazioni così alto da ostruire la vista del grande fiume. E, a est, non si vede neppure l’industria chimica Denka, un tempo Dupont, che dal 1968 condiziona la vita di questa cittadina di quasi diecimila abitanti a meno di un’ora da New Orleans.
Robert Taylor
“Dicevano portava lavoro”, racconta Robert Taylor, cresciuto in questo lembo di Louisiana, “ma poi tutti i bianchi con cui sono cresciuto qui a Reserve se ne sono andati. Erano la maggioranza. Siamo rimasti solo noi neri. E questo fa ancora più paura: tutti lo sapevano, tranne noi”.
L'esterno della Denka
Un segreto venuto a galla nel 2016 quando, riscontrando tassi di tumore fino a 50 volte superiori al resto del Paese, l’EPA - l’Agenzia federale per la protezione dell’ambiente - ha suonato l’allarme. Sotto accusa le emissioni di cloroprene utilizzato dallo stabilimento per produrre neoprene. Un’indagine era stata condotta e una causa intentata, ma in primavera - con la nuova Amministrazione Trump - il Dipartimento di Giustizia ha lasciato cadere il caso, con la motivazione di voler “porre fine all’uso della “giustizia ambientale”” ritenuta ideologica.
Fabbriche lungo il Mississippi
Pochi giorni prima di questa decisione Robert aveva perso sua moglie, malata di tumore, “Siamo stati ingannati. Siamo stati abbandonati. Hanno deciso che siamo sacrificabili”. Per dieci anni ha combattuto perché la compagnia chimica sottostesse ai controlli e rispettasse i limiti delle emissioni, scontrandosi contro un muro di gomma. Da tempo i 135 chilometri tra New Orleans e Baton Rouge - dove sono attive oltre 120 stabilimenti, tra raffinerie e industrie chimiche - sono chiamati “Cancer Alley”, il vicolo del cancro. Regolarmente casi di abusi e irregolarità vengono denunciati, ma poi nel tempo le cause intentate si perdono tra le correnti del fiume.
Jay Banner, co-fondatrice di The Descendants Project
Per l’associazione The Descendants Project quello che è successo lungo il Mississippi è un esempio di un razzismo sistemico difficile da estirpare in un territorio del sud come la Louisiana. La sua cofondatrice, Joy Banner, fa ammenda: “la nostra comunità afroamericana si è fatta manipolare. Abbiamo finito per credere che i benefici per noi - i posti di lavoro nelle fabbriche petrolchimiche — sarebbero stati superiori ai costi”.
David Cresson, presidente e CEO della Louisiana Chemical Association
La Louisiana Chemical Association difende un settore che nello stato crea 300mila posti di lavoro (diretti e no) e si dice su “regolamentazioni solidamente basate sulla scienza”, ma nega con vigore ogni responsabilità ambientale passata. In carica da cinque mesi il nuovo presidente David Cresson dice al Telegiornale RSI che uno dei suoi obiettivi è quello di cancellare la nomea della “Cancer Valley”, “un’etichetta creata dagli ambientalisti per gettare ombra sulla nostra industria”. I problemi di salute riscontrati, spiega con tanto di una nuova pagina web, “non dipendono dalle fabbriche, ma da altri fattori: stili di vita, abitudini, obesità…”.
Robert Taylor
Parole che feriscono, ma non sorprendono né disarmano Robert. Ripete che la forza di continuare a denunciare quello che è accaduto a Reserve, in Louisiana, gli è data dalla disperazione e dalla paura di quello che governo e industria stanno facendo alla sua comunità. “Ho trentacinque, tra figli, nipoti e pronipoti - dice con voce un po’ tremolante - non posso smettere di lottare per cercare di proteggerli da quello che è accaduto a noi”.