Un tribunale bielorusso martedì ha condannato a delle pene pesantissime diversi oppositori politici del presidente Alexander Lukashenko. Tra questi, anche Sergei Tikhanovsky, un attivista molto noto nel Paese, incarcerato nel 2020 dopo aver annunciato la sua candidatura alle elezioni presidenziali. Al suo posto è scesa in campo la moglie, Svetlana Tikhanovskaya, che dopo aver sfidato Lukashenko alle urne al posto del marito, è diventata di fatto la leader dell'opposizione, mentre l'ex repubblica sovietica veniva scossa dalle manifestazioni di piazza e dalle durissime repressioni. La 39enne oggi si trova in esilio in Lituania.
Una condanna a 18 anni di carcere nei confronti di suo marito è forse peggio delle sue più cupe aspettative…
"Pensavo di essere pronta psicologicamente per questa sentenza. So bene che mio marito è un nemico personale del regime di Lukashenko perché ne ha rivelato le menzogne e le carenze del sistema. Ma di fatto non puoi essere preparata ad una cosa così. E martedì, quando ho visto la sentenza, ero devastata. Non ho perso tempo a piangere, però. Mi sono chiesta cosa altro posso fare per ottenere che mio marito e migliaia di altri prigionieri politici siano liberati".

Sergei Tikhanovsky è un ex blogger incarcerato nel 2020 dopo aver annunciato la sua candidatura alle presidenziali
Ha avuto modo di parlare con suo marito?
"Purtroppo, questo non è possibile in Bielorussia. Anche chi vive nel Paese non può comunicare con i prigionieri politici. Io al momento vivo in Lituania e l’unico canale di comunicazione è il suo avvocato. Possiamo scambiarci lettere e disegni dei nostri figli".
Quali sono le sue condizioni di detenzione?
"Da oltre un anno mio marito vive da solo in una cella. È uno spazio piccolissimo, senza aria fresca, senza cibo normale, si è costantemente umiliati dall’amministrazione carceraria. Ma ci sono migliaia di prigionieri che vivono in condizioni di detenzione ancora più dure. Sono in 16 in una cella da 4. Non si riesce a mantenere a lungo la propria salute fisica e mentale in queste condizioni. Ma nonostante questo, continuano a lottare. Non firmano lettere in cui chiedono perdono al presidente per dei reati che non hanno commesso. Hanno un coraggio incredibile. E noi tutti, dentro e fuori dalla Bielorussia, siamo responsabili per il destino di queste persone che sono incarcerate".
Che tipo di sostegno e di reazioni ha ottenuto martedì?
"C’è stata un’ondata di solidarietà da parte dei leader di paesi democratici, da persone in tutto il mondo, dalle diaspore bielorusse. E questo riporta molta attenzione sul Paese. Sono grata a chiunque si sia espresso per parlare di Sergei, della sua situazione personale, della situazione in Bielorussia. Ed è stato molto importante. La solidarietà verso la società civile bielorussa conta molto. Ma quel che conta di più è quel che succederà da adesso in poi. Quali azioni verranno intraprese dall’Unione Europea per accresce la pressione sul regime di Lukashenko e fargli capire che nel 21esimo secolo le crisi devono essere risolte con il dialogo, non con le umiliazioni, gli interrogatori e la violenza".

Alexander Lukashenko, al potere al 1994, è considerato "l'ultimo dittatore d'Europa"
Cosa chiedete concretamente all’Unione Europea e agli Stati democratici?
"La prima cosa da capire è che le dittature non comprendono la lingua della diplomazia. Capiscono solo il linguaggio della forza. Quindi chiediamo ai Paesi democratici di essere fedeli ai loro principi e di esercitare pressione economica e politica su regime di Lukashenko. E poi chiediamo di sostenere la società civile, in Bielorussia e in esilio".







