“Non esistono ragazzi cattivi”. È questo il messaggio che accoglie chi varca la soglia della comunità Kayros, fondata dal sacerdote Claudio Burgio alle porte di Milano. In questo luogo trovano rifugio e una seconda possibilità quegli adolescenti che la società teme e giudica: giovani che hanno commesso reati, spacciato droga, rubato, picchiato.
“Kayros è davvero un microcosmo, un avamposto da cui puoi imparare a osservare il mondo giovanile”, spiega don Burgio ai microfoni di Falò. “Guardarli da qui significa aprire gli occhi su una realtà che molto spesso non vogliamo vedere come adulti”.
I ragazzi accolti a Kayros hanno storie diverse ma percorsi simili: seconde generazioni, minori non accompagnati, figli di famiglie “normali” caduti nel fascino della vita di strada. Come racconta uno di loro: “I miei genitori non c’erano, chi è che mi dava i vestiti. Però io avevo bisogno di vestiti, se andavo a scuola e vedevo tutti i ragazzi vestiti bene, io non avevo niente da mettermi, mi vergognavo di me stesso”.
Don Burgio descrive così il variegato universo dei suoi ospiti: “Ci sono ragazzi di seconda, terza generazione, nati in Italia da famiglie straniere, che sembrano non appartenere né alla loro terra d’origine né ancora all’Italia. Poi ci sono ragazzi stranieri non accompagnati. E infine i nostri ragazzi italiani, anche di buona famiglia, che hanno avuto tutto”.
La peculiarità di Kayros è il metodo educativo basato sulla fiducia e la libertà di scelta. I cancelli sono sempre aperti, come spiega don Burgio: “Non è un carcere, rimanere qui deve essere una loro scelta”. Un approccio che colpisce i ragazzi: “C’è la porta aperta, vuoi scappare? Vai. Questa comunità è bella perché crede in noi”, confida uno di loro.
La vera giustizia è quella di chi aiuta questi ragazzi a riparare
don Claudio Burgio, fondatore comunità Kayros
Fondamentale è il ruolo degli educatori, molti dei quali ex ospiti della comunità che hanno riscattato il proprio passato. Come Daniel Zaccaro, ex rapinatore oggi laureato: “Quando mi hanno arrestato, fine del gioco. Shock in famiglia, anche se io me lo aspettavo. L’arresto andava a confermare quello che volevo essere”.
O come Anas, arrivato a 14 anni dal carcere minorile e oggi responsabile di Kayros Music, l’etichetta discografica interna alla comunità: “Il problema è che scarseggiano gli strumenti quando ci sono persone che non hanno interesse, non hanno sogni, non hanno obiettivi”.
Don Burgio sottolinea l’importanza di offrire alternative al carcere: “La sicurezza non passa solo dall’inasprimento delle pene. La vera giustizia è quella di chi aiuta questi ragazzi a riparare, a rendersi consapevoli del disvalore dei propri gesti e a voler impostare un progetto di vita diverso”.
Un approccio condiviso da Davide, ex detenuto oggi educatore: “Io trent’anni fa avrei voluto incontrare Davide di adesso, probabilmente qualcosa sarebbe cambiato. Non potendo tornare indietro, posso dare una mano ai tanti Davide che ci sono qua in Kayros”.
La sfida più grande resta quella di cambiare la percezione della società. Come afferma Mario, uno dei ragazzi: “Le persone sono molto più tranquille a sapere che un ragazzo sta otto anni dentro piuttosto che sei mesi ai domiciliari. Come convincerle? Venite in comunità a parlarci, non a guardare gli animali in gabbia da fuori. Entrate, guardate negli occhi, guardate quello che proviamo”.







