Tre giorni di bombardamenti israeliani e americani sull’Iran, la morte della Guida suprema Ali Khamenei, missili iraniani su Israele e sui Paesi del Golfo: il Medio Oriente è entrato in una nuova fase di guerra aperta. A Modem di Rete Uno, lunedì 2 marzo, tre esperti hanno cercato di rispondere alla domanda che pesa su tutto: cosa succede ora?
Un attacco annunciato
Per molti analisti, l’offensiva non è stata una sorpresa. Nima Baheli, giornalista e analista geopolitico italo-iraniano, aveva già indicato come finestra probabile il weekend a cavallo del 3 marzo, in coincidenza con il Purim — la festività ebraica che celebra la salvezza degli ebrei di Persia a cui Netanyahu è storicamente legato per le sue simbologie militari. Soprattutto, il cessate il fuoco del giugno 2025 era stato percepito da tutti come la chiusura di un primo round. Con una differenza rispetto al passato: “Stavolta gli iraniani sembrano aver cambiato strategia. Vogliono portare il conflitto a 360 gradi”, con attacchi che hanno raggiunto Cipro e le infrastrutture energetiche saudite.
Intelligence senza rivali
L’operazione ha eliminato Khamenei e un’intera costellazione di vertici del regime. Per Francesca Caferri, giornalista di Repubblica ed esperta di paesi del Golfo, la chiave è nel livello di infiltrazione raggiunto da CIA e Mossad: lo hanno dimostrato le operazioni del 2024 nel cuore di Teheran e di Beirut, e adesso questa contro Ali Khamenei. Hanno trafitto i sistemi di sicurezza iraniani come erano riusciti a fare in Libano, ha spiegato alla RSI.
Il regime non è paralizzato
L’uccisione della Guida suprema apre un vuoto, ma Baheli mette in guardia dal sopravvalutarne l’effetto. Già dopo la guerra del giugno 2025, tutte le posizioni politiche e militari erano state duplicate. La transizione è ora nelle mani di un triumvirato provvisorio. E paradossalmente, la morte di Khamenei ha accelerato l’emersione di “nuove leve, più giovani e più propense a un conflitto aperto”, rispetto alla vecchia guardia più attendista.
La scommessa di Trump
Il presidente statunitense punta a chiudere in quattro settimane, invitando il popolo iraniano a rovesciare il governo. Una scommessa rischiosa, secondo Alessandro Colombo, professore di relazioni internazionali all’Università Statale di Milano: “Questo intervento è stato legittimato sulla base di una richiesta di regime change, esattamente quello che Trump aveva giurato di non fare più”. Sul piano internazionale, aggiunge, è “un ulteriore elemento di disordine”, nonché un colpo al diritto internazionale che l’Europa ha scelto di non condannare, muovendosi “in ordine sparso e con molta timidezza”.
Il fattore tempo e il petrolio
Entrambe le parti giocano contro il tempo. L’Iran punta a resistere abbastanza da alzare i costi politici per Washington, destabilizzando la regione piuttosto che combattere sul piano militare, dove la disparità di forze è evidente. La chiusura dello Stretto di Hormuz e i possibili danni agli impianti petroliferi — con il greggio già salito di prezzo repentinamente — restano leve pericolose. L’Arabia Saudita, che secondo fonti diplomatiche citate da Caferri “da settimane chiedeva a Trump di colpire l’Iran”, si trova ora esposta e in una posizione “estremamente ambigua”.
Il mese di marzo sarà decisivo: tra pressione militare e la ricorrenza del Nowruz iraniano del 21 marzo, si vedrà se prevarrà la strada del negoziato o quella di un’ulteriore escalation.






