La salma di Ali Khamenei attraversa Mashhad a bordo di un vecchio autobus scoperto nell’ultima tappa di un lungo corteo funebre iniziato giorni fa tra Iran e Iraq. Il feretro è arrivato giovedì mattina all’aeroporto della città con un volo proveniente dall’Iraq, ultima sosta prima della sepoltura. Da lì prende il via la processione verso il santuario dell’Imam Reza, dove il leader della Repubblica islamica sarà sepolto. La scelta non è casuale: Mashhad è la sua città natale, ma soprattutto la città santa dello sciismo iraniano, costruita attorno al mausoleo dell’Imam Reza, l’ottavo imam sciita e una delle figure più venerate dell’Islam.
Sulla fiancata dell’autobus campeggia un grande ritratto che raffigura Khamenei mentre tiene in braccio Zahra, la bambina di 14 mesi uccisa insieme a lui nel raid americano e israeliano di fine febbraio. Sul tetto del mezzo, accanto agli addetti alla sicurezza, un uomo vestito di nero intona al microfono canti religiosi e lamenti funebri. L’autobus avanza a passo d’uomo, circondato da una folla immensa di uomini, donne e bambini, tutti rigorosamente vestiti di nero, che cercano di sfiorare e baciare il ritratto di quelli che qui vengono chiamati semplicemente “i martiri”.

Il camion con i feretri
Dietro il feretro si snoda un corteo lungo decine di chilometri. Le autorità parlano di 15 milioni di persone. Tra preghiere e slogan, i cori più ripetuti sono gli stessi che da decenni accompagnano le manifestazioni della Repubblica islamica: «Morte all’America» e «Morte a Israele». Lungo il percorso compaiono anche enormi cartelloni con la scritta «Kill Trump».
La guerra entra continuamente nel corteo. Mentre il feretro avanza verso il santuario dell’Imam Reza, si rincorrono le notizie di nuovi bombardamenti americani in diverse zone dell’Iran. Ogni aggiornamento viene accolto da cori ancora più rabbiosi. Lungo il percorso si formano gruppi di persone che discutono della guerra e invocano una risposta militare. «Ogni volta che abbiamo negoziato con gli americani ci hanno tradito», urla una donna vestita di nero. «Dobbiamo continuare a resistere e vendicare il martirio della Guida Suprema». Attorno a lei parte un lungo applauso. Più che indebolire la partecipazione, gli attacchi sembrano rafforzare il significato politico della giornata. Il funerale si trasforma in una manifestazione di sfida ai nemici della Repubblica islamica e in una dimostrazione di unità attorno alla nuova leadership.

Ritratti di quelli che qui vengono chiamati semplicemente “i martiri”
Tra la folla si muovono anche i pasdaran, le Guardie della Rivoluzione, la forza militare incaricata di difendere il sistema della Repubblica islamica, e i basiji, il corpo di volontari che li affianca nelle attività di sicurezza, controllo del territorio e mobilitazione. Molti indossano la divisa, altri sono in abiti civili. «Qui siamo quasi tutti basiji», racconta un uomo sulla cinquantina mentre distribuisce bottiglie d’acqua davanti a una loro caserma. Una frase che restituisce il profondo radicamento di queste organizzazioni in una parte della società iraniana.

Trump nel mirino del corteo
Intanto i pellegrini continuano ad arrivare da tutto l’Iran, ma anche da Iraq, Libano, Afghanistan, Pakistan e dalle comunità sciite residenti in Europa e negli Stati Uniti. È proprio questa dimensione internazionale uno dei messaggi che Teheran vuole trasmettere. Attraverso i funerali della sua Guida Suprema, la Repubblica islamica cerca di mostrare non solo di essere sopravvissuta agli attacchi di Stati Uniti e Israele, ma anche di conservare la propria capacità di mobilitare il mondo sciita ben oltre i confini nazionali.
La scelta di seppellire Khamenei accanto al mausoleo dell’Imam Reza rafforza ulteriormente questo messaggio. Il santuario è il principale luogo di pellegrinaggio dell’Iran sciita e richiama ogni anno milioni di fedeli da tutto il Medio Oriente. Da oggi, a pochi metri dalla tomba dell’Imam, ci sarà anche quella dell’uomo che per oltre trent’anni ha guidato la Repubblica islamica. Un accostamento dal fortissimo valore simbolico, con cui Teheran lega definitivamente la memoria del suo leader a uno dei luoghi più sacri dello sciismo e rilancia, nel pieno della guerra, la propria ambizione di guida politica e religiosa per milioni di fedeli della regione.






