Mondo

L'Iran dietro il velo delle apparenze

Il “Diario persiano” di Emiliano Bos – Settima puntata

  • 27.11.2013, 16:00
  • 4 maggio, 12:06
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  • REUTERS

“Lei proviene da un paese strano”, ridacchia l’addetta all’imbarco verso l’Europa, nell’aeroporto di Dubai. Meno male. Quando sono partito otto giorni fa l’Iran era ancora “pericoloso”, secondo qualcuno. Ora solo un po’ strano. La stranezza è che la carta d’imbarco rilasciata a Teheran non ha il codice a barre, mi spiega la signorina al gate. Si vede che nello storico accordo di Ginevra sul nucleare – sarà pure preliminare, vero, ma è un pezzo di storia perché dopo 34 anni Washington e Teheran hanno firmato un documento comune - hanno discusso solo delle barre di uranio arricchito. Dimenticando il codice a barre. Pazienza.

Sulla strada per l’aeroporto di Teheran scorgo il grande mausoleo di Khomeini. “In nome di Dio” venne rovesciato lo Scià trasformando il paese in una teocrazia, in una guerra – per usare le parole di Alberto Negri – tra la corona e il turbante. “In nome di Dio” è scritto pure sull’accredito ai giornalisti. C’è tanto da raccontare qui. C’è troppo che ancora non si riesce a raccontare qui.

Otto giorni in Iran non bastano per capire. 100 giorni – quelli di Rohani al potere - non bastano per cambiare il paese. Ieri il presidente moderato ha presentato il suo primo bilancio, forte dell’accordo sul nucleare con le grandi potenze. “L’era del traumatico isolamento è finita”, ha scritto sul New York Times Roger Cohen, secondo cui questa è la miglior intesa possibile al momento. Rohani ieri sera ha parlato dell’Iran che vorrebbe. Delle sfide dell’economia. Della Carta dei diritti. La nuova Persia, forse, potrebbe essere partita da Ginevra. Una brezza dal Lemano a Shiraz, dalla Svizzera a Qom passando per la via della seta a Tabriz.

Riparto che l’Iran è davvero un po’ meno isolato. Per noi è soprattutto un cambio di prospettiva, mi aveva detto un giovane incontrato l’altro giorno all’aeroporto per l’arrivo della delegazione iraniana da Ginevra. Tifo calcistico, dita a “v” in segno di vittoria e omaggio di agnelli sgozzati in onore degli eroi delle trattative atomiche. L’auto del ministro degli Esteri Javad Zarif che si fa strada a fatica tra due ali di folla. Manco fosse una rockstar. Genuina gratitudine o messinscena propagandistica? Probabilmente soprattutto la prima. Che esprime un grande bisogno di normalità. Come abbracciarsi per strada o scambiarsi un bacio in un locale pubblico. Ma per ora non si può. “Siamo uno spazio sociale sussidiario: qui affittiamo spazi di normalità per qualche ora”, mi dice Pooyesh. Ha appena aperto il Lalezar, un caffè con pareti di legno, tanti libri sugli scaffali, un grande grammofono e un’aria un po’ parigina. Sorge in quella che ai tempi dei Pahlevi era la Broadway di Teheran. A questi tavolini vedo una coppia che si coccola teneramente. Fuori non potrebbe succedere. Dentro, accade.

Questo contrasto tra le due dimensioni – mi spiega un sociologo – è la sintesi delle nostre contraddizioni. Tra ipocrisie pubbliche e libertà private. Come ai tavolini di formica bianca al piano rialzato della pasticceria armena di Villa Street. Sono gli armeni cristiani che procurano il vino per le feste private. Lo sanno tutti: 20 dollari per una bottiglia che ne vale un quarto. Non di vino, di valore. Cene informali tra amici. Musicisti e attivisti per i diritti umani, intellettuali e registi si ritrovano a ragionare di presente e futuro. All’ingresso, le donne tolgono il velo insieme al cappotto. Chiome e riccioli riprendono il loro volume naturale, senza il peso di un divieto che per molte è davvero un fardello.

Eccola la normalità che molti, soprattutto giovani, chiedono. Te ne accorgi nei ristoranti trendy sulle colline di Darakeh, a Teheran Nord. Sembra un’altra città, diversa da quella - sterminata - che vedi dall’alto nei giorni di bel tempo. Eppure quassù svetta anche il carcere di Evin, il simbolo dell’oppressione contro dissidenti e attivisti. La tristemente nota “sezione 209” è quella per i prigionieri politici. Ne incontro uno uscito appena due mesi fa. “Quando aspetti l’interrogatorio è davvero dura, soprattutto se sei in una cella in isolamento”. Lui ci è rimasto 33 giorni.

Di sera, scendendo dalla collina, vedo le torrette e il grande portone metallico del carcere di Evin. Da lì esce chi viene rimesso in libertà. Ma oggi decine di prigionieri politici sono rinchiusi ancora dentro lì solo per le loro idee. Ecco perché, per l’Iran, la vera sfida non è solo con l’America, Israele o il mondo esterno. Ma anche, soprattutto, con il mondo interno. Aspettando la primavera persiana.

Emiliano Bos

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