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L'Iran non è il "paese dei mostri"

Il reportage da Teheran del nostro inviato Emiliano Bos Diario persiano, prima puntata

  • 18.11.2013, 10:54
  • 4 maggio, 12:02
Teheran

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  • KEYSTONE

“Vai in Iran? Ma non è pericoloso? Non ci sono i terroristi?”. Teoh mi guarda perplesso mentre si allaccia la cintura sul Boeing 777 da Milano Malpensa a Dubai. Per questo commerciante 32enne di Kuala Lumpur, la terra degli Ayatollah è un temibile nido d’insidie. Del resto, tale è l’immagine dell’Iran propugnata con generosità dal “main stream” mediatico. Un postaccio dove è meglio non metter piede. Per fortuna l’altro mio compagno di viaggio ha un’opinione diversa e ben più articolata. Si chiama Jean-François Colosimo. Non mi siede accanto. Me lo porto nello zaino. Il suo “Le paradoxe persan” è un prezioso viatico mentre un po’ di ore dopo l’aereo fa rotta - stavolta - su Teheran. Descrive l’aggrovigliato paradosso dell’identità persiana: quel complesso miscuglio tra potere spirituale e temporale, tra rivoluzione e tradizione, da Ciro a Khomeini passando per lo Scià. Ed è proprio sulle pagine che raccontano alcuni aspetti della grandeur di Muhammad Reza Pahlavi che mi soffermo.

A metà degli Anni Settanta, il “Re dei Re” volle accelerare il programma nucleare. Con la benedizione di Washington, la Francia di Valéry Giscard d’Estaing – a caro prezzo – fornì a Teheran la tecnologia per la produzione di energia atomica. Certo, per uso civile, si disse allora. Oggi la stessa Francia si è messa di traverso.
Nei giorni scorsi – come ho visto di persona durante il negoziato a Ginevra - ha ostacolato un possibile accordo preliminare per sbloccare il decennale contenzioso sul nucleare iraniano. Insomma, chi per anni ha stretto “affari atomici” ora afferma di temere la possibile “bomba” degli Ayatollah, peraltro tutta da dimostrare. Intanto il presidente francese meno amato della Quinta Repubblica, Hollande, in queste ore in Israele assicura il premier Netanyahu che no, questo accordo per ora non s’ha da fare.

Eppure tra un paio di giorni a Ginevra si tratterà di nuovo: emissari del presidente moderato Hassan Rohani e potenze mondiali. E si tratterà pure di capire chi davvero non vuole dare una chance alla pace.

Anche perché l’Iran non è il “Paese dei mostri”. Non lo dico io. Lo scrive Eldad Beck, in un reportage pubblicato sul quotidiano israeliano Yedioth Aharonoth. Dopo due settimane trascorse percorrendo le strade millenarie della Persia – a 5 anni dalla sua ultima visita – racconta di aver trovato “un rinnovato senso di vitalità”. Forse dovrei procurarne una copia a Teoh, in Malesia. Magari potrebbe costruirsi un’altra opinione dell’Iran.

Anch’io nei prossimi giorni cercherò di crearmene una. Attraverso incontri, interviste, conversazioni, per quanto sarà possibile. Appena atterrato, nella notte di Teheran scorgo solo la tela intrecciata delle luci della gigantesca metropoli. Svetta il Burj Milad, l’altissima torre delle telecomunicazioni. Il taxi fende rapido Vali Assr, lo stradone che taglia in due spicchi di mela la capitale, mentre qualche appunto scivola rapido su questa sorta di “taccuino persiano”.

Emiliano Bos

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