È il colpo di spugna che cancella ciò che, in teoria, un giudice ha inciso nella pietra. Il diritto di grazia, all’origine della polemica in corso in Italia per l’estinzione della pena concessa a Nicole Minetti, figura controversa negli anni del berlusconismo, ha origini antichissime, ma qui ci interessa la storia recente.
In Svizzera questo diritto è talmente poco praticato che quasi non se ne conosce l’esistenza. Per le sentenze pronunciate a livello federale (ad esempio, dalla Corte penale del Tribunale penale federale) l’Assemblea federale può accordare la grazia, se il destinatario è una persona determinata, oppure l’amnistia, che è una sorta di “grazia collettiva”, quando la disposizione penale riguarda un intero gruppo di persone.
Nafta e carne, la grazia in Svizzera è merce rara
Ma non succede praticamente mai. Tanto che, tra il 1997 e il 2008, le domande presentate sono state dieci, e solo due sono state accolte dalla plenaria delle due Camere. Il primo caso concerne una persona condannata per aver venduto olio da riscaldamento spacciandolo per diesel. Il condono del resto della multa era stato concesso per via della sua precaria situazione finanziaria. Le difficoltà economiche sono anche un elemento della seconda grazia, concessa a un macellaio reo di aver importato illegalmente una tonnellata di carne.
In seguito, per restare in metafora, non c’è più stata trippa. Una sola domanda di grazia è stata presentata nel 2020 da un cittadino ceco condannato a 36 mesi per truffa e reiterato riciclaggio di denaro, ma l’Assemblea federale l’ha respinta.
La più recente richiesta di amnistia, per le persone condannate per aver violato la legislazione sul Covid-19, è stata respinta dal Consiglio nazionale mercoledì con 134 voti contro 59. Era stata presentata nel settembre 2024, prima cioè del caso Fischer (l’allenatore della nazionale di hockey licenziato dopo aver ammesso di aver falsificato un certificato Covid). Anche quella dell’amnistia è una strada che rarissimamente trova sbocchi. Dalla fondazione dello Stato federale è avvenuto solo cinque volte su una ventina di richieste. Curioso che la prima volta sia stata concessa nel 1854 per irregolarità elettorali a Giubiasco, Agno e in Valle Onsernone. L’ultima nel 1955 per infrazioni alle prescrizioni sui prezzi massimi di fieno e foraggio, nonché dei suini da macello.
La grazia può essere concessa anche a livello cantonale. In Ticino è esercitata dal Gran Consiglio, su preavviso del Consiglio di Stato. La Legge sull’esercizio del diritto di grazia, del 5 novembre 1945, stabilisce che la domanda per essere accolta ottenga, a scrutinio segreto, il voto affermativo di due terzi dei votanti. Soltanto nel primo Ottocento era esercitata con una certa frequenza, mentre non si trovano notizie di applicazioni della nuova normativa negli ultimi 80 anni.
Einaudi il più clemente, Napolitano il più severo
In Italia, invece, si tratta di una pratica molto più diffusa. I provvedimenti di clemenza individuale nell’intera storia repubblicana sono stati 42’406 (statistica al 31 dicembre 2025). La decisione finale sulla concessione della grazia spetta al capo dello Stato. La domanda va inizialmente presentata dal condannato (o da un suo prossimo o tutore) al ministro della Giustizia che in seguito la trasmette, accompagnata dal proprio “avviso”, favorevole o contrario, al Quirinale. L’iter prevede però che tale “avviso” sia fondato sul parere espresso dal procuratore generale presso la Corte d’Appello o, se chi fa richiesta è detenuto, dal magistrato di sorveglianza.
Se il presidente della Repubblica concede la grazia (che può essere accordata anche in assenza di domanda o proposta) il pubblico ministero competente ne cura l’esecuzione, ordinando se del caso la liberazione del condannato. Il primo ad esercitarla fu Luigi Einaudi, in carica dal 1948 al 1955. In precedenza c’era stata nel 1946 l’amnistia Togliatti che portò alla liberazione di circa diecimila fascisti. Einaudi, invece, è stato il presidente più clemente con 15’578 provvedimenti, per una vasta gamma di reati, spesso legati al contesto postbellico, mentre Giorgio Napolitano (2006-2015) ha esercitato questo suo potere soltanto 23 volte. Numeri contenuti sono anche quelli dell’attuale presidente Sergio Mattarella con 35 grazie nel primo settennato e 36 nel secondo.
La grazia all’ex igienista dentale
Ma è stata una delle ultime grazie a “scoppiargli in mano”. È il caso di Nicole Minetti, l’ex igienista dentale che l’allora premier Silvio Berlusconi volle eletta, nel 2010 con listino bloccato, nel Consiglio regionale di Lombardia. Lo scorso 18 febbraio la 41enne è stata graziata da Mattarella su preavviso favorevole del ministro della Giustizia, Carlo Nordio: doveva scontare una pena cumulativa di 3 anni e 11 mesi per favoreggiamento della prostituzione (processo Ruby-bis) e per peculato sui rimborsi regionali. Minetti aveva chiesto l’affidamento ai servizi sociali e prima ancora, lo scorso ottobre, aveva fatto richiesta di grazia. “La concessione dell’atto di clemenza si è fondata anche sulle gravi condizioni di uno stretto familiare minore della Minetti”, ha dovuto chiarire il Quirinale dopo che la notizia era stata rivelata dal Fatto Quotidiano.
La vicenda si è ulteriormente surriscaldata nelle ultime due settimane, dopo che sempre il Fatto ha rivelato che il bambino adottato in Uruguay da Nicole Minetti e dall’imprenditore suo compagno non sarebbe stato “abbandonato alla nascita”, come sosteneva l’istanza di grazia. Ma adottato al termine di una causa civile con cui la coppia di italiani è riuscita a togliere la patria potestà ai due genitori biologici (padre in carcere e madre indigente).
Alla luce di questo e di altri aspetti, il Quirinale ha chiesto a Nordio di chiarire “con cortese urgenza”, la fondatezza del quadro tratteggiato dall’organo di stampa. L’istanza assicurava che la Minetti aveva “cambiato vita” ma, secondo l’inchiesta giornalistica, nella tenuta Gin Tonic che il fidanzato milionario possiede a Maldonado (nel sud-est dell’Uruguay) confluivano modelle a pagamento per festini hard.
La procuratrice: “Fatti gravissimi e da verificare”
Negli scorsi giorni la Procura generale di Milano ha promesso verifiche “a tutto campo”. “Quello che abbiamo letto sono fatti gravissimi e da verificare”, ha dichiarato la procuratrice generale, Francesca Nanni. La stessa stampa è impegnata a districare quella che Carlo Emilio Gadda avrebbe forse definito uno “gnommero”. Ma il groviglio appare ancora inestricabile e gli stessi documenti, riportati dai quotidiani italiani, contraddittori. Il Corriere della Sera ha pubblicato, ieri, giovedì, passaggi dell’atto di tribunale di Maldonado, trasmesso lo scorso 23 aprile al ministero della Giustizia dall’ambasciata d’Italia a Montevideo, dove si dichiara che il bambino adottato, nato nel 2017, è “definitivamente separato dai genitori”, e per questo viene concessa “adozione piena”. I giudici di Maldonado scrivono inoltre che “dagli atti risulta che i genitori hanno abbandonato il bambino al momento della sua nascita. (...) Con il padre, privato della libertà, si è deciso di collocarlo presso l’INAU (l’Istituto nazionale per bambini e adolescenti in Uruguay, ndr) in attesa di una famiglia”.
Tutto risolto. Mica tanto, secondo un articolo pubblicato sempre ieri dal Fatto Quotidiano che riporta la “sentencia” del 15 febbraio 2023 con cui il Tribunale di Maldonado ha sottratto la patria potestà ai genitori biologici a suggello della causa civile intentata da Nicole Minetti e dal suo compagno. Il giornale italiano riporta la dichiarazione di una senatrice uruguaiana che su questa adozione ha presentato una formale richiesta di informazioni a diversi ministeri. Per i media locali è l’occasione per tornare sul fenomeno delle adozioni forzate e sull’elevato numero di minori morti negli ultimi cinque anni dopo essere stati affidati o transitati dall’INAU. “Una gigantesca ‘fabbrica di orfani’ da cui due milionari hanno pescato, indisturbati, la chiave per ottenere la grazia di Stato”, termina l’articolo del Fatto.
Una ricostruzione che la stessa Minetti, attraverso i suoi legali, ha smentito con fermezza: “Sono state diffuse ricostruzioni false, gravemente lesive della mia reputazione”, sostiene l’ex consigliera regionale lombarda, che ha anche negato “categoricamente di aver mai intrapreso contenziosi con i genitori biologici di mio figlio, che non ho mai conosciuto”.

La procura di Milano indaga su Nicole Minetti
Telegiornale 28.04.2026, 20:00





