Approfondimento

Repressione cinese in Svizzera, ONG criticano Berna

Lo scorso anno il Consiglio federale ha riconosciuto la repressione contro tibetani e uiguri nella Confederazione, ma non ci sono misure concrete per proteggerli

  • 51 minuti fa
I manifestanti tibetani e uiguri sono uno dei bersagli della repressione cinese in Svizzera

I manifestanti tibetani e uiguri sono uno dei bersagli della repressione cinese in Svizzera

  • Keystone
Di: Dorian Burkhalter (swissinfo.ch), articolo originale - sf, adattamento in italiano

“Siamo molto delusi che, concretamente, non sia cambiato nulla” afferma Selina Morell, responsabile del programma Cina di Voices, un’ONG con sede a Berna.

Poco più di un anno fa, il Consiglio federale ha riconosciuto per la prima volta le attività di sorveglianza e le pressioni esercitate dal Governo cinese sulle comunità tibetana e uigura in Svizzera, vittime di quella che viene definita “repressione transnazionale”. Un fenomeno che assume forme diverse – dall’intimidazione fisica a quella virtuale, diretta o indiretta attraverso i familiari – ma che ha sempre lo stesso obiettivo: mettere a tacere le voci dissidenti all’estero.

“Dopo la pubblicazione del rapporto davamo per scontato che il Governo svizzero avrebbe fatto qualcosa per proteggere le vittime della repressione transnazionale. Invece non è successo” aggiunge Morell.

Non esistono cifre che permettano di quantificare con precisione la repressione in atto sul suolo svizzero, anche se gli osservatori ritengono che il fenomeno sia in aumento. A livello internazionale, l’ONG Freedom House ha documentato 1’375 casi dal 2014, ma si tratta solo degli episodi “fisici” più gravi: rapimenti, detenzioni arbitrarie, aggressioni o espulsioni illegali. Le azioni di sorveglianza e intimidazione sfuggono invece alle statistiche.

Un anno dopo il rapporto

Nel rapporto pubblicato il 12 febbraio 2025, il Consiglio federale delineava diverse misure per affrontare il problema, tra cui il dialogo bilaterale con Pechino, la sensibilizzazione degli attori potenzialmente confrontati con il fenomeno, lo scambio con le diaspore interessate e la creazione di un servizio di consulenza per le vittime. Non veniva tuttavia fissato alcun calendario.

Il Dipartimento federale di giustizia e polizia (DFGP) indica che “i lavori relativi alle misure nazionali […] sono iniziati”, in particolare con la costituzione di un gruppo di accompagnamento strategico. Attivo da febbraio, dovrà elaborare entro la fine dell’anno “una mappatura delle competenze in materia di repressione transnazionale” a livello comunale, cantonale e federale.

L’anno prossimo, il gruppo si concentrerà invece “sull’analisi dei canali di comunicazione con le diaspore interessate e sugli ambiti della sensibilizzazione e della prevenzione”, precisa il DFGP. In questo contesto sarà anche esaminata la creazione di un servizio di consulenza destinato alle persone coinvolte e ai testimoni.

Selina Morell accoglie con favore la creazione del gruppo, diretto da Martin von Muralt, delegato della Rete nazionale per la sicurezza, ma deplora la lentezza del processo di fronte a una situazione che, a suo avviso, richiede misure concrete nel breve termine.

La pressione continua

Tra le associazioni che rappresentano le comunità tibetana e uigura in Svizzera prevalgono delusione e frustrazione.

“La pubblicazione del rapporto è stata un sollievo, perché dimostra che ciò che denunciamo da anni – la sorveglianza, le pressioni, le minacce che subiamo – è reale”, spiega Rizwana Ilham, presidente dell’Associazione uigura di Svizzera. “Ma nella pratica, quasi nulla è cambiato”.

Originaria di Urumqi, capitale della regione semi-autonoma dello Xinjiang (Turkestan orientale per gli indipendentisti uiguri), Ilham racconta di aver subito, “come ogni uigura”, tentativi di intimidazione. “A ogni manifestazione, persone provenienti dalla Cina ci seguono, ci fotografano, chiedono chi è l’organizzatore, senza temere conseguenze. È scioccante che questo accada in Svizzera”.

“Sappiamo che queste immagini verranno probabilmente inviate all’ambasciata cinese, che verifica se abbiamo parenti in Tibet sui quali le autorità cinesi potrebbero fare pressione” afferma Arya Amipa, copresidente dell’Associazione dei giovani tibetani in Europa. “Se le affrontiamo, ci rispondono ogni volta che sono turisti o studenti, di passaggio per caso”.

Nipote di nonni fuggiti dal Tibet, il giovane racconta di essere stato anche bersaglio di telefonate anonime a scopo intimidatorio e di diversi tentativi di pirateria informatica, atti che collega al suo impegno a favore della causa tibetana.

Effetto dissuasivo

“Queste azioni sono coordinate dalla Cina, talvolta con la complicità, in Svizzera, di personale diplomatico o di membri della diaspora reclutati dalle autorità cinesi” spiega Selina Morell, riconoscendo che si tratta di un “problema difficile” da gestire per le autorità svizzere, anche perché coinvolge attori diversi in più Paesi.

Contattata, l’ambasciata cinese a Berna non ha voluto rilasciare dichiarazioni.

“La triste realtà è che questo sistema funziona. Sempre meno persone partecipano alle manifestazioni” lamenta Arya Amipa. “Alcuni giovani mi dicono che non osano più venire, perché temono per i loro familiari in Tibet. È un rischio reale: le famiglie di alcuni manifestanti hanno ricevuto la visita di poliziotti cinesi, che le hanno minacciate per fare pressione sui loro parenti in Svizzera”.

Amipa racconta di aver interrotto i contatti con i familiari che vivono in Tibet per proteggerli. E se da cittadino svizzero non si sente direttamente in pericolo, riconosce che il suo impegno comporta un certo isolamento, poiché alcuni membri della diaspora temono di essere visti in sua compagnia.

Punto di contatto

Secondo Voices e le associazioni della diaspora, la priorità dovrebbe essere la creazione di un punto di contatto per le vittime, che servirebbe in particolare a censire i casi. “È importante che le vittime possano segnalare le minacce subite in modo sicuro, sapendo che verranno prese sul serio e protette” spiega Rizwana Ilham.

A suo avviso è inoltre fondamentale fare di più per sensibilizzare le forze dell’ordine, i servizi della migrazione e anche le università, affinché siano in grado di riconoscere il problema e la sua gravità.

L’anno scorso la giovane si è recata a un posto di polizia per denunciare la comparsa di falsi account a suo nome sui social media. Un’esperienza che le ha lasciato l’amaro in bocca. “Ho cercato di spiegare la mia situazione, di dire che sono uigura e una potenziale vittima della repressione transnazionale. Ma non sapevano di cosa si trattasse” racconta. “Mi hanno detto che non era di loro competenza. È stata un’esperienza molto frustrante”.

Interpellato sulle azioni intraprese per sensibilizzare le forze dell’ordine, il DFGP risponde che “non è ancora stata adottata alcuna misura concreta” dal gruppo di accompagnamento strategico, chiamato ora a definire i tempi per la loro attuazione.

Necessità di agire rapidamente

Mentre la tecnologia offre nuovi strumenti – video deepfake, campagne automatizzate di disinformazione e di screditamento – agli Stati che praticano la repressione transnazionale, le ONG chiedono una rapida attuazione delle misure previste dalla Confederazione.

“Se il Governo svizzero non agisce più in fretta, ancora più persone saranno prese di mira, perché il Governo cinese si sentirà rassicurato nell’idea che si tratti di una tattica efficace per mettere a tacere le voci dissidenti all’estero” afferma Arya Amipa, che teme che il rapporto del Consiglio federale diventi obsoleto di fronte a una minaccia in continua evoluzione.

Ritiene che la lentezza delle autorità svizzere si spieghi in parte con i negoziati in corso tra Berna e Pechino sull’aggiornamento dell’accordo di libero scambio. In questo contesto, segnato dalle tensioni commerciali con gli Stati Uniti, la Svizzera cercherebbe di non irritare il suo terzo principale partner commerciale. Un argomento che era già stato evocato per spiegare il ritardo nella pubblicazione del rapporto sulla repressione transnazionale.

Il DFGP indica che “anche se i temi affrontati nel rapporto non hanno alcun legame con il commercio, esso costituisce un elemento importante del dibattito pubblico in Svizzera sulla Cina”. “La Svizzera ha quindi anche sollevato questi temi nell’ambito dei negoziati sull’accordo di libero scambio, per mettere in evidenza le proprie preoccupazioni in questi ambiti” aggiunge.

“Il problema è che più si aspetta, più si diventa dipendenti dalla Cina. E forse un giorno non saranno più i tibetani o gli uiguri a essere presi di mira, ma i dirigenti delle imprese svizzere” conclude Arya Amipa.

02:27

Radiogiornale delle 07.00 del 28.04.2026: Il blocco cinese all’acquisizione della piattaforma Manus da parte di Meta

RSI Info 28.04.2026, 07:00

rsi_social_trademark_WA 1.png

Entra nel canale WhatsApp RSI Info

Iscriviti per non perdere le notizie e i nostri contributi più rilevanti

Correlati

Ti potrebbe interessare