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PNRR, si chiude: ecco come i fondi post-pandemia hanno cambiato l’Italia

Tra i 27, il Belpaese è stato il più aiutato dai fondi stanziati nel 2021 per fare uscire le economie UE dal pantano del COVID - Ma sull’impatto di quello storico programma, le valutazioni non sono tutte positive

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L'Italia e il piano di ripresa e resilienza

SEIDISERA 29.06.2026, 18:00

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Di: Radiogiornale, SEIDISERA - Francesca Torrani / AC 

Era il 2021, il mondo era al suo secondo anno di pandemia e le economie di quasi tutti i Paesi erano cadute nel burrone delle soste forzate e delle frontiere ristabilite in fretta e furia. Le imprese di tutti i Paesi, UE in testa, chiedevano ai loro rispettivi governi aiuti di Stato che le tenessero a galla. Ma non tutti i Paesi avevano la stessa capacità di spesa: se la Germania poteva, da sola, stanziare oltre il 50% degli aiuti di tutta l’UE, altri – come Grecia o Italia – vedevano le loro capacità di intervento drasticamente ridotte da un debito pubblico già troppo alto.

Ne andava dell’unità del mercato interno. Per questo la Commissione, dopo lunghe ed estenuanti trattative che si combinavano con quelle sul bilancio pluriennale dell’Unione, se ne uscì con qualcosa di storico: un fondo da 750 miliardi di euro, che avrebbe finanziato - nei cinque anni a venire – interventi di rilancio negli Stati membri, sulla base di piani nazionali (i cosiddetti PNRR) da sottoporre per una valutazione ravvicinata e costante, non solo alla Commissione ma anche al Consiglio: un modo per rassicurare i cosiddetti “Paesi frugali” (Olanda, Finlandia, Austria, la stessa Germania) che temevano di dover finanziare con debito comune gli “inaffidabili” e “spendaccioni” fratelli del sud.

Perché di debito comune, dopotutto, si è trattato, ed è una prima storica: Bruxelles, forte delle sue dimensioni e della sua solidità creditizia, ha contratto sui mercati finanziari prestiti trentennali, a condizioni che Roma o Atene (o Zagabria o Madrid) da sole non avrebbero potuto ottenere. Questi soldi sono stati girati – in parte come prestiti (loans), in parte come finanziamenti a fondo perduto (grants) – ai singoli Stati membri, secondo una complessa chiave di riparto per stabilire il massimo a cui ogni Paese avrebbe avuto diritto. Ogni Stato poteva decidere se chiedere il massimo oppure solo una parte. La condizione era presentare dei progetti che fossero convincenti nell’idea e verificabili nella realizzazione concreta. Tutti i Paesi hanno usato al massimo i grants a loro disposizione, ma solo Italia, Grecia e Romania hanno usato a fondo anche i prestiti.

Detto altrimenti: l’Italia è stato il Paese che ha ottenuto di più in cifre assolute e quello che più di ogni altro ha deciso di usare interamente questa possibilità. Scuole, ospedali, ferrovie, fino alla sostituzione delle lampadine dei lampioni stradali (con lampadine a basso consumo): per cinque anni, il belpaese è stato un immenso cantiere. Ora l’esperienza è di fatto conclusa, quella del 30 giugno sarà l’ultima tornata di proposte, che dovranno essere valutate e approvate in autunno. È tempo di bilanci, e non tutto è andato per il verso giusto, secondo alcuni analisti.

Il bilancio

Le valutazioni sull’efficacia del piano sono contrastanti. Alcuni sostengono che ci siano stati dei benefici, altri ritengono che la programmazione delle opere non sia stata ideale, con una logica del ‘prima prendiamo i soldi, poi facciamo i progetti’. “È sempre stato così”, dice ai microfoni di SEIDISERA Marco Leonardi, economista e professore all’Università degli Studi di Milano. “Quando sei abituato a spendere dieci e improvvisamente hai venti e non hai progetti per spendere venti, qual è l’alternativa? Era impossibile dal punto di vista politico. Abbiamo sempre insistito affinché l’Europa si doti di progetti comuni, di fondi comuni. Quindi, è difficile dire di no quando, dopo tanta insistenza, li hanno concessi”. 

Sono molti i progetti che l’Italia ha nel cassetto. “Sono quelli che non si è mai riusciti a fare. Certo, si son dovuti spendere in fretta, ma il PNRR è costruito così, in questi anni devi fare tante cose”.

La Commissione europea, nelle raccomandazioni fatte ai Paesi membri nelle scorse settimane, ha ribadito all’Italia gli stessi avvertimenti precedenti al PNRR: attenzione al debito pubblico troppo elevato, all’evasione fiscale e all’efficienza pubblica che è ancora scarsa.

Le prime valutazioni in Italia

Alcuni progetti sono stati realizzati. “Vorrei sottolineare che un effetto permanente, sperabilmente permanente, lo ha avuto nella capacità delle amministrazioni pubbliche italiane di fare investimenti pubblici, cioè di costruire scuole, ospedali, infrastrutture, ferrovie”, ha detto il professor Marco Leonardi.

In alcuni casi, come nella costruzione di una rete di asili nido sul territorio nazionale, non si è tenuto conto che oltre all’edificazione serviva personale per garantire il funzionamento di queste strutture. Oggi, soprattutto nel Sud, questa lacuna è evidente.

Prima del PNRR, sottolinea Leonardi, le amministrazioni pubbliche “non erano capaci di spendere. In realtà i soldi ci sono sempre stati perché gli investimenti pubblici sono finanziati con la programmazione europea e con i fondi di coesione. Non erano capaci di spendere perché non avevano il personale e la capacità tecnica. Il PNRR ha resuscitato la capacità di spesa delle amministrazioni pubbliche”.

Il Piano, dunque, ha portato al Paese un cambio di mentalità. “Il cambiamento di mentalità, di procedura, di spesa e di attenzione politica”, sottolinea il professore. “La procedura di spesa è molto diversa nel PNRR rispetto ai fondi ordinari per gli investimenti che vengono pagati a rimborso dopo sette anni. Il PNRR funziona con appuntamenti semestrali, quindi l’attenzione, anche soltanto politica e amministrativa, è diversa e maggiore”.

Cosa aspettarsi dopo il 30 giugno

Dal 30 giugno l’Italia non avrà più il PNRR su cui appoggiarsi. “La speranza è che avremo imparato a spendere meglio”, auspica Leonardi. “Il settennato non è finito, è dal 2021 al 2027. Già si parla della nuova programmazione 2028-2034, ma noi abbiamo ancora un sacco di soldi del ’21-’27: decine di miliardi che dovranno, prima della nuova programmazione, fare da ponte”.

I soldi per gli investimenti, dunque, non mancano mai. “Il problema è essere capaci di spenderli. Fai dei progetti che servono? Non ci saranno tutti i soldi del PNRR, ma non mi preoccupa”, dice Leonardi. Quello che preoccupa l’esperto, però, è la minore attenzione politica e le minori possibilità di assumere nei Comuni i tecnici che fanno i progetti. “Tutte queste cose vanno sistemate in modo da imparare dal PNRR le cose positive che ci ha lasciato”, conclude.

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Il bilancio alla scadenza del PNRR

Radiogiornale 12.30 del 29.06.2026 - Il servizio di Francesca Torrani sul PNRR

RSI Info 29.06.2026, 14:46

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