Mondo

Profughi in attesa

Oltre 170'000 persone sono scappate dall’assedio a Kobane, al confine tra Siria e Turchia

  • 06.10.2014, 13:54
  • 4 maggio, 13:44
A Suruc, in questo campo profughi sono accolti 2'100 profughi dalla Siria

A Suruc, in questo campo profughi sono accolti 2'100 profughi dalla Siria

  • RSI/Emiliano Bos

Il signor Ahmet Abdu ha occhi cerulei. Lo sguardo fiero, dignitoso. Racconta con compostezza la sua fuga da un villaggio vicino a Kobane, insieme alla moglie e ad alcuni figli. Non tutti sono riusciti a scappare da questa parte del confine, in Turchia. Quando ci racconta della figlia Fatima rimasta dall’altra parte della frontiera, in Siria, il signor Ahmet crolla. Era incinta, è arrivata a casa dei genitori ma loro erano appena scappati dall’avanzata dei tagliagole jihadisti.

“L’hanno aiutata i nostri vicini arabi” racconta la mamma. “Ha partorito in casa loro”. Nel nord della Siria, la popolazione araba e quella curda convivono da secoli. Ma ora l’avanzata del cosiddetto “Stato islamico” sta complicando le relazioni tra vicini di casa.


Il signor Ahmet e sua moglie avevano una bella casa, racconta lui. Adesso abitano qui, nella tenda C-107. Adesso i loro vicini sono 2'100 profughi accampati in oltre 200 tende di plastica grigia. In tutto ci sono 10 bagni. Manca l’acqua corrente. Il cibo arriva due volte al giorno, distribuito dalla Mezzaluna Rossa, l’equivalente della nostra Croce Rossa.

I profughi di Suruc

Siamo a Suruc, a cinque chilometri dalla frontiera con la guerra. È qui l’epicentro della crisi umanitaria provocata dall’assedio delle brigate del Califfato. Da tre settimane questa cittadina ha accolto decine di migliaia di abitanti di Kobane, in gran parte curdi siriani. Sono accampati ovunque, anche se spesso non si vedono. Nella moschea, in negozi abbandonati, in una stazione di servizio dismessa, accanto all’autostazione, ospitati nelle case. Oppure accampati per strada. Come Mohammed Ali Bozan e la sua numerosa famiglia. “Ci siamo registrati regolarmente al nostro arrivo”, racconta. “Ma per noi non c’è posto nelle tende”. Lui e il fratello, con mogli e 18 figli in tutto. Attendono qui con pazienza da sei giorni, dopo quasi due settimane bloccati a ridosso della frontiera e sotto il tiro dei miliziani jihadisti, in attesa di poter entrare in Turchia. Almeno, adesso sono lontani dalle bombe. Ma anche dalla loro casa. Senza sapere se e quando ritorneranno.

Emiliano Bos

Dal TG20

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