Il caos regna nello stretto di Hormuz. Da una parte il blocco navale iraniano, dall’altra quello statunitense che ferma le navi provenienti dall’Iran o di Paesi vicini a Teheran. “Stiamo assistendo a un gioco di propaganda incrociata”, spiega al microfono di Modem della RSI Nima Baheli, analista geopolitico italo-iraniano, esperto di intelligence e relazioni internazionali. “Da parte statunitense si vuole far passare l’idea che questo Project Freedom stia funzionando”, aggiunge Baheli, riferendosi all’iniziativa militare e diplomatica lanciata da Donald Trump nel maggio 2026 per sbloccare il transito navale in questo tratto di mare. ”Da parte iraniana invece si vuol far capire come Teheran cerchi di tutelare la sua attuale carta vincente, ovvero la gestione dello Stretto di Hormuz”.
Negli ultimi giorni l’Iran ha colpito tre navi civili che tentavano di forzare il blocco. Teheran avrebbe anche lanciato missili contro una nave militare statunitense, secondo fonti iraniane non confermate da Washington. “Ci sono stati attacchi contro gli Emirati Arabi Uniti, non ultimo sul porto di Fujairah”, aggiunge Baheli, riferendosi allo scalo tramite il quale Abu Dhabi aggira lo Stretto di Hormuz e fa transitare un milione di barili di petrolio al giorno. “Teheran ha voluto lanciare un segnale agli Stati Uniti e ai loro alleati”, sottolinea l’analista.
Cos’è il Project Freedom?
Il Project Freedom è un’iniziativa militare e diplomatica lanciata da Donald Trump il 3 maggio 2026 per sbloccare il transito navale nello Stretto di Hormuz. L’operazione mira a liberare circa le molti navi commerciali e circa 20’000 marinai rimasti bloccati per mesi a causa delle tensioni con l’Iran.
Punti chiave del progetto
Obiettivo principale: garantire la libera circolazione nel corridoio marittimo, strategico per il transito del petrolio, del gas e di altre materie prima.
Forze in campo: coinvolge il Comando Centrale statunitense (CENTCOM) con circa 15’000 militari, cacciatorpediniere e oltre 100 velivoli, inclusi F-16 impiegati attivamente per la difesa delle navi commerciali e delle forze USA.
Natura della missione: definita inizialmente “difensiva” e “umanitaria”, l’operazione ha assunto fin dalle prime ore un carattere di confronto diretto. Le forze statunitensi hanno distrutto sei imbarcazioni iraniane e l’Iran ha risposto attaccando navi commerciali e prendendo di mira gli Emirati con missili e droni. Sul piano diplomatico, al fianco del dispositivo militare opera il Maritime Freedom Construct del Dipartimento di Stato, orientato al coordinamento con i partner internazionali.
Reazione dell’Iran: Teheran considera l’iniziativa un’interferenza e una violazione del cessate il fuoco in vigore dall’8 aprile, dichiarando che qualsiasi presenza militare straniera nello Stretto verrà trattata come un atto ostile.
“Teheran vuole essere più assertiva”
La strategia iraniana appare chiara secondo l’analista: “La leadership è consapevole che la strategia della pazienza strategica è stata perdente. Sono dell’opinione che bisogna essere più assertivi nei confronti degli Stati Uniti per cercare di ottenere un negoziato il meno negativo possibile per Teheran”.
Dietro le quinte, aggiunge Baheli, operano anche Pechino e Riad per chiudere il conflitto senza esasperare ulteriormente la crisi regionale.

Gli USA sostengono di avere il controllo di Hormuz
Telegiornale 04.05.2026, 20:00










