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“Guerra giusta”, la ciclica ossessione americana per una teoria che ha fatto il suo tempo

Ne parlò per primo sant’Agostino. E oggi il vicepresidente degli Stati Uniti, il cattolico J.D. Vance, la rilancia. Ma nella Chiesa tanti la ritengono superata. E giovedì, in Vaticano, Marco Rubio incontra il Papa

  • Oggi, 11:00
Una foto diffusa da Vatican Media ritrae il Segretario di Stato americano Marco Rubio insieme a Papa Leone XIV durante il loro incontro in Vaticano, il 19 maggio 2025

Una foto diffusa da Vatican Media ritrae il Segretario di Stato americano Marco Rubio insieme a Papa Leone XIV durante il loro incontro in Vaticano, il 19 maggio 2025

  • Keystone
Di: Francesco Lepore , giornalista, è esperto di lingue antiche e tematiche religiose

Ironia della sorte. Ci volevano gli attacchi di Trump a un papa agostiniano (e statunitense) per riportare al centro dell’attenzione internazionale la dottrina della “guerra giusta”. Il cui primo sistematizzatore in era cristiana, come noto, fu proprio sant’Agostino. Ma, sorvolando sulla complessità del relativo pensiero dell’Ipponese, non è un caso che «la tradizione lunga più di mille anni» su tale teoria sia stata subito invocata dal vicepresidente degli Stati Uniti, il cattolico J.D. Vance, per fare le pulci a Leone XIV in tema di teologia. Né meraviglia la taccia di eresia affibbiata a papa Prevost da qualche sito cattolico filotrumpiano. D’altra parte, sulla «teoria della guerra giusta» James Massa, vescovo ausiliare di Brooklyn e presidente della Commissione per la dottrina della Conferenza episcopale statunitense, ha incentrato il comunicato chiarificatore del 15 aprile - evidente risposta alle critiche di Vance -, per ribadire che «a questa lunga tradizione il Santo Padre fa riferimento con attenzione nei suoi commenti sulla guerra. Un principio costante di questa tradizione millenaria è che una nazione può legittimamente impugnare la spada solo “per legittima difesa, una volta falliti tutti gli sforzi di pace” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2308). Ovvero, per essere una guerra giusta, deve essere una difesa contro un altro che conduce attivamente la guerra, che è ciò che il Santo Padre ha effettivamente detto: “Egli non ascolta le preghiere di coloro che fanno la guerra”».

Se non sfugge l’interesse quasi ossessivo d’oltreoceano per siffatta teoria, è al contempo vero il rilievo di Massa sui richiami leonini al principio della legittima difesa: ne è un chiaro esempio il Messaggio di quest’anno per la Giornata mondiale della pace. Questo testo, però, è in fin dei conti un sonoro j’accuse dell’incremento delle spese militari, della deterrenza nucleare e di una «logica contrappositiva», spinta «molto al di là del principio della legittima difesa». Senza contare che la legittima difesa con la forza militare e il contemporaneo soddisfacimento dei quattro criteri tradizionali, così come indicati dal Catechismo, per un “giusto” ricorso  difensivo alle armi (grave danno causato dall’aggressore, ultimo ricorso, ragionevole speranza di successo, proporzionalità) appaiono difficilmente sostenibili in relazione alle guerre contemporanee. Nel caso poi del conflitto israelo-americano contro l’Iran si è addirittura di fronte a una guerra preventiva, che, esulando dalla legittima autodifesa, è sempre immorale. Ecco perché, il 7 aprile, Leone XIV ha invitato con parresia evangelica «a rifiutare la guerra, specialmente una guerra che molti hanno definito ingiusta, che continua a intensificarsi e che non risolve nulla».

In realtà, “i nostalgici della guerra giusta”, per usare una felice espressione di Daniele Menozzi, non si rendono conto o non vogliono rendersi conto del superamento ultradecennale di tale dottrina da parte del Magistero. Superamento, la cui ragione risiede nella differenza non solo quantitativa ma sostanziale della guerra moderna rispetto a quella antica. Contrariamente a quanto detto da più parti, l’assunto dell’enciclica bergogliana Fratelli tutti: «Oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”» (nr. 258) non rappresenta perciò alcun punto di rottura con il precedente insegnamento magisteriale. Ma è in linea di continuità con quel processo di ripensamento e revisione di detta teoria, avviato da Benedetto XV con la celebre Nota ai capi dei popoli belligeranti dell’1 agosto 1917, proseguito da Pio XII con il Radiomessaggio natalizio del 24 dicembre 1944 e portato a conclusione da Giovanni XXIII con la Pacem in terris dell’11 aprile 1963. La stessa costituzione conciliare Gaudium et spes (7 dicembre 1965), pur riconoscendo «ai Governi il diritto di una legittima difesa» (nr. 79) - ma, in ogni caso, dopo opportuni distinguo -, non solo non ha mai parlato di bellum iustum ma ha anche sottolineato l’obbligo «a considerare l’argomento della guerra con mentalità completamente nuova» (nr. 80).

Varie le motivazioni sottese a un tale cambio di prospettiva. Ma è indubbio che sia gli orrori della Grande Guerra e, ancor più, del Secondo conflitto bellico mondiale sia l’inedita situazione dello sviluppo delle armi di distruzione di massa, nucleari, innanzitutto, ma anche chimiche e batteriologiche, avevano di fatto enervato i principi classici della dottrina della guerra giusta e mostrato la loro completa inadeguatezza per inquadrare moralmente gli odierni conflitti: a dirlo chiaramente erano già stati, tra l’agosto-novembre 1945, il gesuita Sebastian Tromp e altri membri della Commissione, presieduta dall’allora assessore del Sant’Uffizio Alfredo Ottaviani e incaricata di redigere un progetto di enciclica sulla Chiesa e le questioni internazionali. E proprio il futuro cardinale e segretario della Suprema Congregazione, anche noto come “carabiniere dell’ortodossia - che, il 7 ottobre 1965, avrebbe tenuto in Concilio un appassionato e applauditissimo intervento contro la guerra -, aveva fatte proprie tali istanze sin dalla terza edizione (1947) delle sue Institutiones iuris publici ecclesiastici. Nel paragrafo 86, intitolato Bellum omnino interdicendum, Ottaviani sosteneva infatti come nei tempi presenti la guerra vada assolutamente proibita, non verificandosi mai le condizioni che, teoricamente, potrebbero renderla giusta e lecita. Da qui, la totale illiceità, all’atto pratico, di qualsiasi dichiarazione di guerra e la quasi illegittimità della stessa guerra difensiva.

Di particolare importanza appare il coevo commento dell’allora maestro del Sacro Palazzo, padre Mariano Cordovani († 5 aprile 1950): nella sua ultima opera Breviario spirituale secondo l’Imitazione di Cristo il teologo domenicano definiva, infatti, la posizione di Ottaviani nei termini di «applicazione nuova della dottrina cattolica alle nuove condizioni della società moderna, nella quale la guerra non si presenta più come l’onesta difesa di un popolo ingiustamente aggredito, o la rivendicazione di un diritto violato; ma, per le mutate condizioni, si presenta come un eccidio di innocenti e un’ingiuria dell’umanità. Non si nega il diritto di difendersi o la rivendicazione di un diritto leso; ma si dice che la guerra moderna non è più uno strumento di giustizia; e bisogna sostituirla con forme nuove di sanzioni più ragionevoli e meno disastrose».

Oltre mezzo secolo dopo, precisamente nel 2003, il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto di quella Congregazione per la Dottrina della fede che era erede diretta del Sant’Uffizio, si ispirerà proprio ai principi ottavianei nel condannare l’invasione angloamericana dell’Iraq non senza osservare: «Dovremmo cominciare a domandarci se al giorno d’oggi, con le nuove armi che permettono distruzioni che vanno ben al di là dei gruppi combattenti, sia ancora lecito ammettere l’esistenza stessa di una “guerra giusta”». E’ quanto Leone XIV e il cardinale Pietro Parolin proveranno a dire al segretario di Stato americano Marco Rubio, anche lui cattolico come Vance, nell’imminente incontro di giovedì 7 maggio 2026.

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Telegiornale 02.05.2026, 12:30

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