Van è una città dell’Anatolia orientale, adagiata tra le rive dell’omonimo lago e la parte settentrionale della catena dei Monti Zagros che, estendendosi a sud fino allo Stretto di Hormuz nel Golfo Persico, rappresentano la più estesa cordigliera iraniana.
È una città di confine dunque, dalla demografia variabile; storicamente armena, oggi turca ma a maggioranza curda.
In ragione della prossimità geografica e dell’assenza di visto d’ingresso (almeno per i primi novanta giorni di soggiorno) è meta prediletta del turismo iraniano che, nella Turchia sunnita di Erdoğan, ha accesso a un genere di svago non ammesso pubblicamente nell’Iran sciita degli ayatollah. Il fenomeno è aumentato negli ultimi quindici anni, al punto che esistono in città club per soli iraniani dove si servono bevande alcoliche e si balla musica techno.
Ma il viavai sul confine turco-iraniano ultimamente ha a che fare, purtroppo, anche con la guerra.
Come era avvenuto durante gli attacchi israeliani del giugno 2025 (ribattezzati “guerra dei dodici giorni”), anche durante questi ultimi due mesi di bombardamenti israelo-americani contro l’Iran, Van è stata città d’approdo per gli iraniani che sono scappati dai missili per trovare rifugio in Turchia.
La guerra bussa alla frontiera
Ma, diversamente da allora e contraddicendo la narrativa statunitense che semplifica una realtà sociale complessa, dividendola tra buoni (da difendere) e cattivi (da eliminare), abbiamo registrato un considerevole flusso inverso di rientro anche da parte di iraniani secolari che, sebbene oppositori del regime sciita, vogliono tornare per sostenere e difendere comunque la nazione iraniana, il loro Paese, dall’aggressione straniera.
Voci dal confine turco-iraniano
Fotografie di Italo Rondinella
Pahlavi? “Un americano senza radici”
La maggior parte degli iraniani che abbiamo intervistato non crede tanto nell’idea del cambio di regime, quanto piuttosto nell’interesse di Israele ad eliminare il suo principale competitor regionale e nell’interesse americano a mettere le mani sui preziosi asset dell’Iran: non solo il greggio, il gas e le risorse minerarie ma anche la sua posizione strategica che controlla le aree vicine allo Stretto di Hormuz, attraverso il quale passa il 20% del petrolio mondiale.
Quasi nessuno di coloro con cui abbiamo parlato considera possibile, né sensato, il ritorno in patria - per ricoprire cariche pubbliche - di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo monarca, destituito nel 1979 dalla rivoluzione islamica dell’ayatollah Ruhollah Khomeini.
“Resto in Iran sotto i missili: è il mio modo di essere solidale con il mio popolo”
Sabra, operatrice socio-sanitaria della diaspora iraniana in Canada
“Ci sono opinioni diverse a riguardo - ci dice Hamid, un insegnante di inglese di 34 anni appena entrato in Turchia dal valico di frontiera di Razi-Kapıköy - ma sono convinto che la maggior parte degli iraniani, me compreso, ritenga Pahlavi incapace di governare il Paese, essendo semplicemente un cittadino americano privo di esperienza politica”.
Tornare sotto i missili per scelta
Sabra, 32 anni, porta il nome del quartiere di Beirut dove, tra il 16 e il 18 settembre 1982, fu compiuto uno dei più orrendi massacri di innocenti della guerra civile libanese; indossa una maglietta nera con la Striscia di Gaza e i colori della Palestina; arriva dal Canada, dove vive e lavora come operatrice socio-sanitaria; la incontriamo alla stazione di Van, attende il treno che la riporterà a Teheran. “Non importa chi io sia o dove viva ora, perché mi sono formata in Iran ed è grazie al sistema educativo del mio Paese che ho acquisito la mia professionalità; è per questo che sento la responsabilità di sostenere la mia gente sotto attacco. Mi sento più utile in Iran che altrove in questo momento; da un lato perché, in quanto parte della diaspora, posso raccogliere e portare fuori dal Paese le voci del dissenso che sono state e sono silenziate, dall’altro perché stare insieme al mio popolo mentre piovono i missili americani e israeliani credo sia il modo più appropriato di esprimere solidarietà verso il mio Paese e contrarietà a questa guerra illegale”.
Dal Telegiornale, guerra in Medio Oriente



















