Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato martedì la decisione di ritirarsi dall’OPEC e dall’OPEC+ il 1° maggio, infliggendo un duro colpo al gruppo dei Paesi esportatori di petrolio e al loro leader de facto, l’Arabia Saudita, in un momento in cui la guerra in Iran ha causato uno shock energetico storico e destabilizzato l’economia mondiale.
La perdita degli Emirati, membro di lunga data dell’OPEC (Abu Dhabi dal 1967, l’insieme del Paese attuale dal 1971), potrebbe indebolire il gruppo con sede a Vienna, che ha storicamente cercato di mostrare un fronte unito nonostante i disaccordi interni su una serie di questioni, dalla geopolitica alle quote di produzione.
I Paesi dell’OPEC
Sono 12 i Paesi attualmente membri dell’OPEC, ovvero Algeria, Arabia Saudita, Congo, Emirati Arabi Uniti, Gabon, Guinea Equatoriale, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria e Venezuela. In passato sono stati membri fra gli altri Indonesia e Qatar, ritiratosi nel 2019. Nel 2024 l’ultima uscita, quella dell’Angola. Altri 10 Paesi produttori collaborano con l’organizzazione nella regolazione del mercato globale, nel quadro dell’OPEC+. Fra questi il più significativo è la Russia.
Il ministro dell’Energia degli Emirati, Suhail Mohamed al-Mazrouei, ha dichiarato all’agenzia Reuters che la decisione è stata presa dopo un’attenta valutazione e senza consultare in precedenza Riad.
L’impatto immediato non sarà forte
I produttori del Golfo membri dell’OPEC hanno oggi difficoltà a spedire le esportazioni attraverso lo Stretto di Hormuz, un punto di passaggio obbligato tra Iran e Oman attraverso il quale transita normalmente un quinto del petrolio greggio e del gas naturale liquefatto mondiale, a causa delle minacce e degli attacchi iraniani contro le navi. Mazrouei ha affermato che la mossa non avrà un impatto enorme sul mercato a causa della situazione nello stretto, ma questo vale in un primo tempo: a lungo termine le conseguenze saranno importanti.
“OPEC indebolita”, ma “questo è il momento migliore per uscire”
Secondo Jorge Leon, analista di Rystad consultato dall’agenzia Reuters, con l’Arabia Saudita gli Emirati sono fra i pochi Paesi membri con margini per aumentare la produzione. Uscendo dal gruppo, avranno i mezzi e saranno incentivati a farlo, indebolendo il ruolo stabilizzatore di Riad e rendendo i mercati potenzialmente più volatili. Sergei Vakulenko di Carnegie Russia, ex dirigente di Gazprom Neft, ritiene che gli Emirati già da tempo intendessero aumentare la loro produzione di circa il 30% e che questo sia il momento meno dannoso per lasciare l’OPEC. Con la crisi delle forniture globali determinata dai blocchi nello Stretto di Hormuz, i prezzi rimarranno comunque elevati e alla riapertura diversi Paesi dovranno ricostituire le loro riserve.
Una notizia che farà felice la Casa Bianca
L’uscita degli Emirati dall’OPEC rappresenta una vittoria anche per il presidente statunitense Donald Trump, che ha accusato l’organizzazione di “derubare il resto del mondo” gonfiando i prezzi del petrolio attraverso i tetti alla produzione. Trump aveva anche affermato che mentre gli Stati Uniti difendono militarmente i membri dell’OPEC, questi “sfruttano la situazione imponendo prezzi elevati”. Washington non fa parte dell’organizzazione e negli ultimi anni ha già aumentato la propria produzione.
Disaccordi regionali
La mossa arriva dopo che gli Emirati, polo economico regionale e uno degli alleati più importanti di Washington, hanno criticato gli altri Stati arabi per non aver fatto abbastanza per proteggerli dagli attacchi iraniani durante la guerra. Anwar Gargash, consigliere diplomatico del presidente degli Emirati, aveva criticato la risposta agli attacchi iraniani durante una sessione al Gulf Influencers Forum lunedì: “I Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo si sono sostenuti a vicenda dal punto di vista logistico, ma politicamente e militarmente ritengo che la loro posizione sia stata la più debole della storia”, ha dichiarato Gargash.

Quotazioni di gas e petrolio di nuovo in rialzo
Telegiornale 20.04.2026, 20:00






