Iran e Stati Uniti non hanno trovato un’intesa per la riapertura dello Stretto di Hormuz: Teheran avrebbe proposto di affrontare subito lo sblocco del passaggio marittimo, lasciando a un secondo momento il tema ben più delicato del nucleare. Una sequenza che però non convince Donald Trump. Così, mentre il negoziato resta fermo, per la Repubblica islamica il problema diventa sempre più concreto: il petrolio continua a uscire dai pozzi, ma non riesce più a lasciare il Paese via mare come prima.
Il greggio si accumula, i depositi si riempiono
Dal 13 aprile, cioè da quando Washington ha reagito bloccando a sua volta il passaggio attraverso Hormuz, l’Iran non riesce più a esportare normalmente il proprio greggio per via marittima e il risultato è che il petrolio si sta accumulando a terra. Per guadagnare tempo, Teheran starebbe riattivando vecchi depositi di carburante, ricorrendo a petroliere fuori uso e perfino a soluzioni di fortuna come i container. Prima del conflitto, l’Iran esportava in media circa 2 milioni di barili al giorno; nelle ultime settimane, secondo le stime, i volumi sarebbero crollati a circa 567’000 barili. Il calo ha già costretto l’industria petrolifera iraniana a rallentare la produzione, mentre le riserve di greggio sul territorio nazionale sfiorerebbero ormai i 50 milioni di barili.
Il vero rischio è fermare i pozzi
Sulla carta, considerando anche strutture meno convenzionali, la capacità di stoccaggio potrebbe arrivare a 80-90 milioni di barili.
Il margine però non è infinito e soprattutto non è detto che sia facilmente utilizzabile. Per questo, Teheran sta cercando di spostare parte del petrolio verso la Cina via treno: una soluzione tecnicamente possibile, ma costosa e poco efficiente rispetto al trasporto marittimo. Il vero scenario che l’Iran vuole evitare è infatti un altro: dover fermare l’estrazione in alcuni giacimenti. Per i pozzi più vecchi soprattutto, uno stop improvviso potrebbe significare non solo perdite economiche, ma anche danni seri e duraturi alle infrastrutture. In altre parole, più passa il tempo senza una riapertura di Hormuz, più il problema per Teheran smette di essere solo geopolitico, diventando anche industriale.






