Chuan Jianguo, 川建国. Trump, il costruttore della Cina. È il soprannome affibbiato al presidente degli Stati Uniti, diventato virale sui social media cinesi. Un indizio su come a Pechino si legga e racconti la sua visita. La potenza asiatica è convinta che il summit con Xi Jinping abbia testimoniato un nuovo equilibrio nei rapporti tra Cina e America. Non è più il 2017, gli Stati Uniti non sono più l’egemone unico. Grazie alla diversificazione dei partner, e alla dimostrazione di forza nello scontro commerciale dell’anno scorso, Pechino ha ridotto la sua esposizione a Washington e ha accorciato le distanze. Un’impresa che, nella visione cinese, sarebbe favorita dallo stesso Trump. L’instabilità globale causata dai dazi e con la guerra in Medio Oriente sta favorendo la narrazione di una Cina che si presenta “potenza responsabile” e portatrice di stabilità. D’altronde, è il presidente degli Stati Uniti ad aver parlato anche in questi giorni di “G2” per descrivere il rapporto tra i due Paesi.
”Stabilità strategica costruttiva”
Per la Cina, la rilevanza del vertice è soprattutto questa. Pechino ha preparato con cura l’occasione, dimostrandosi assai più pronta a gestire la seconda amministrazione Trump, rispetto alla prima. L’apparato retorico di Xi ha ruotato interamente attorno a questo inedito equilibrio. Lo ha fatto quando il presidente cinese ha coniato una nuova formula per definire le relazioni bilaterali: “stabilità strategica costruttiva”. Lo ha fatto quando Xi ha paragonato il “Make America Great Again” trumpiano al “grande rinnovamento della nazione cinese”, storico obiettivo del Partito comunista che include l’auspicio di una “riunificazione” con Taiwan e che è stato enunciato per primo dall’ex presidente Jiang Zemin. Collegare i due concetti può superficialmente apparire un’adulazione di Trump, ma in realtà il messaggio è più sottile e richiama l’America ad accettare l’ascesa della Cina. Il concetto è stato reso ancora più evidente quando Xi ha menzionato la “trappola di Tucidide”, resa popolare dal politologo Graham Allison, non a caso un habitué a Pechino e dintorni. La formula piace a Xi, perché di fatto ribadisce che la potenza (ex) egemone dovrebbe accettare una coabitazione con la potenza emergente, al fine di evitare un potenziale conflitto.
Taiwan, la prima linea rossa
Questa “coesistenza pacifica”, secondo Xi, è legata alla gestione della questione di Taiwan. Il presidente cinese ha ribadito che si tratta della “prima linea rossa” nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti. Il messaggio non è nuovo, ma è stato più esplicito del solito, in particolare per l’inquadramento all’interno della “trappola di Tucidide”. È un segnale che Xi potrebbe avere più fiducia nel far avanzare la questione di Taiwan nell’ordine delle priorità. Le ragioni sono sostanzialmente due. Primo: la rinnovata speranza in una futuribile soluzione pacifica, dopo che lo scorso mese Xi ha ricevuto Cheng Li-wun, la leader dell’opposizione taiwanese che propone un forte riavvicinamento a Pechino. Secondo: la sensazione che con Trump si possano rendere negoziabili anche temi considerati intoccabili. Non sarà Xi a fare richieste esplicite su un tema considerato “interno”, ma la sua speranza è che legare a doppio filo il futuro delle relazioni sino-americane al tema di Taiwan possa indurre la Casa Bianca a ridurre il suo sostegno a Taipei. Per la Cina, non è così decisivo che ci siano annunci in tal senso, forse nemmeno che avvenga davvero. La prima chiave è legata alla percezione. Amplificare la già crescente sfiducia nella stabilità del sostegno americano tra i taiwanesi, pensa Xi, potrebbe portarli a privilegiare le forze politiche più inclini a un appeasement.

Si è conclusa la due giorni a Pechino di Donald Trump
Telegiornale 15.05.2026, 12:30
Iran: Xi vago come Trump su Taiwan
Su Taiwan, come sempre dall’inizio del suo secondo mandato, Trump è stato vago. Allo stesso modo, Xi è stato vago sull’Iran. La Casa Bianca sostiene che i due leader avrebbero concordato che lo Stretto di Hormuz deve tornare aperto, senza il pagamento di pedaggi, e che Teheran non potrà mai possedere armi nucleari. Sempre secondo Trump, Xi avrebbe garantito di non inviare armi all’Iran e si sarebbe detto disposto ad aiutare i negoziati. Da parte cinese non arrivano conferme e la sensazione è che Pechino non accetterà un ruolo o una responsabilità diretta in una questione che nel breve termine non la sta danneggiando in modo così rilevante. La scommessa è che sia Washington che Teheran chiudano la contesa prima di un eccessivo prolungamento del conflitto, suscettibile di creare danni più seri a un’economia come quella cinese, ancora dipendente dalle esportazioni e dalla domanda globale.
Commercio: si prende tempo
Sul commercio, la sensazione è che si sia soprattutto preso tempo. Come da tradizione, Pechino è stata molto più abbottonata, confermando il raggiungimento di un consenso su “diversi temi”, ma senza entrare nel dettaglio. Molto più loquace Trump, secondo cui la Cina avrebbe acconsentito all’acquisto per decine di miliardi di dollari di prodotti agricoli americani, tra cui carne bovina e soia. Xi avrebbe accettato anche l’acquisto di 200 jet della Boeing (meno della metà dei 500 di cui qualcuno aveva parlato alla vigilia) e avrebbe mostrato interesse a comprare petrolio e gas naturale. In cambio, ci sarebbe un allentamento delle restrizioni all’export di alcuni chip di Nvidia e la creazione di un consiglio per facilitare gli investimenti cinesi negli Stati Uniti, in settori non sensibili. Elon Musk, presente al vertice e virale sui social cinesi, potrebbe invece ottenere l’approvazione della guida autonoma completa di Tesla.

L’accoglienza in pompa magna di Trump a Pechino
RSI Info 14.05.2026, 09:12
Terre rare e tecnologia: nessuna svolta
Nessuna svolta sui due nodi più strategici: le restrizioni alle catene di approvvigionamento tecnologiche più avanzate e le terre rare. Tra gli uomini portati da Xi al summit, peraltro, mancavano sia il vicepremier Ding Xuexiang sia il ministro della Pubblica Sicurezza Wang Xiaohong, gli uomini chiave delle trattative su tecnologia e metalli strategici. Anche questo, un segnale di forza. Come a suggerire che l’interdipendenza reciproca, ancora presente nonostante la corsa verso l’autosufficienza, non è paritaria. Tradotto: gli USA hanno più bisogno delle terre rare cinesi di quanto la Cina non abbia bisogno della tecnologia americana. Di certo, nessuno dei due contendenti rinuncia alle principali armi a disposizione.
Non è invece chiaro se Trump abbia chiesto, come aveva anticipato, la liberazione di Jimmy Lai, il magnate dell’editoria di Hong Kong che è stato recentemente condannato a 20 anni di carcere. Di certo, ha chiesto a Xi di andare alla Casa Bianca a settembre. Altro segnale che i due leader puntano a gestire il disaccordo.



