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USA, repubblica delle banane

Il commento di Roberto Antonini a lungo nostro corrispondente dagli Stati Uniti: "Un tragico golpe da operetta"

  • 7 January 2021, 10:23
  • 10 June 2023, 05:31
  • ELEZIONI USA 2020
Donald Trump

Donald Trump

  • keystone
Di: Roberto Antonini

Panama o Guatemala anni '60, le immagini in provenienza da Washington che hanno fatto il giro del mondo ieri di ricordano un repubblica delle banane, diretta da qualche arruffapopolo che ha avuto gioco facile a imbonire la massa di analfabeti o di derelitti pronti a vendersi per un piatto di fagioli.

Il tentativo di tragico golpe da operetta, con la folla di improbabili cowboys attempati, ruvidi bevitori di birra, miliziani, che invade il cuore del potere, il Campidoglio, si è consumata invece nella superpotenza, il presunto faro dell’occidente, la più vecchia democrazia moderna come recita il mantra.

Di democrazia in questi mesi e anni in realtà abbiamo però visto ben poca. E di vecchio abbiamo visto molto. Un vecchio sistema istituzionale più che traballante, pensato quando per caricare un fucile ci voleva un minuto e il nemico era il Grizzly o l’indiano nel west, oggi consente di esibire fucili automatici che in quel lasso di tempo fanno stragi.

RG 08.00 del 07.01.2021 Il commento di Roberto Antonini, ex corrispondente dagli USA

  • 07.01.2021
  • 10:22

Eppure la legge dei padri fondatori, manco fosse il biblico vitello d’oro da venerare, è rimasta intatta. Ma di vecchio, c’è anche un presidente, visibilmente squilibrato, patologicamente narcisista e bugiardo, come hanno sentenziato centinai di psichiatri, che a colpi di falsità e di tweet ha messo in ginocchio un paese.

America, paese che nel 2020 si porta addosso il passato come una pesante zavorra: ieri con le bandiere, molte confederate, che sventolavano davanti al Capitol sembrava di esser tornati alla guerra di secessione, con gli assalitori rigorosamente bianchi. D’altronde era dall’inizio '800 che non si assisteva a scene del genere. Come non notare che lo spettacolo desolante, con un gregge di rabbiosi tifosi, che avanza più o meno indisturbato per invadere il Capitol, contrasta con le immagine viste e riviste, di giovani neri freddati dai proiettili delle forze dell’ordine, per un piccolo furto o senza alcuna ragione in una delle tante "innercities" nere del paese. In quei casi non si è esitato ad aprire il fuoco.

Che un’escrescenza della democrazia, come lo ha definito un osservatore, abbia provocato tanto scempio, non può che inquietare. Un lato sinistro, l’altro grottesco, intimidatore fino all’estremo, appoggiato da un establishment repubblicano fievole e codardo, Trump, avrà avuto, seppur involontariamente per lo meno un merito: quello di aver dimostrato che la democrazia è fragile, che è una conquista, non un optional, che un leader malato e un popolo imbonito a colpi di tweet può in meno che non si dica far vacillare, riportando le lancette della storia nei suoi periodi più bui.

Quattro anni fa capitan caos arringava la folla, che gli faceva eco le urla infarinate di odio, con un "lock her up!", imprigionatela, rivolto alla sua avversaria Hillary Clinton. Forse qualcuno ora penserà che dietro alle sbarre ci debba finalmente andare lui, looser golpista o quasi. Vedremo. Comunque tocca a Joe Biden e Kamala Harris, ricostruire dalle ceneri, perché mai il paese era caduto tanto in basso. Certo che dopo quattro anni di follia, l’America e il mondo ora meritano davvero molto meglio.

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