Dal 2014, e ancora di più dal 2022, il sistema sanitario ucraino affronta sfide enormi: ospedali distrutti, migliaia di feriti gravi, traumi psicologici. Ma resiste. La sociologa Ioulia Shukan analizza questa capacità di tenuta in cui volontari e operatori sanitari si uniscono per reinventare la cura in tempo di guerra.
Grande capacità di adattamento
In periodo di guerra si perdono vite, ma se ne salvano anche. In Ucraina il sistema sanitario ha dovuto affrontare l’impatto di dodici anni di guerra, di cui quattro su larga scala dall’invasione russa del 2022. Le sfide sono enormi.
Ciò che colpisce è la capacità di adattamento. L’aiuto è molteplice e la società civile si è trasformata in attore essenziale della cura, ha spiegato ai microfoni di RTS Ioulia Shukan. La sociologa e direttrice di studi presso l’École des hautes études en sciences sociales (EHESS) lavora sulla questione della cura in tempo di guerra.
“Dal 2014 i medici sono stati confrontati con le ferite di guerra nell’est del Paese e hanno elaborato protocolli di presa in carico”, sottolinea la studiosa. Secondo lei è proprio l’esperienza acquisita tra il 2014 e il 2022 che permette al sistema di resistere oggi.
Tout un monde, di RTS, del 16.04.2026:
Rete tra strutture civili e militari
Durante questi otto anni l’Ucraina ha messo in piedi quello che viene chiamato “spazio medico comune”, una rete che collega strutture mediche civili e militari, con itinerari di evacuazione e protocolli di presa in carico.
Ma la grande forza del sistema risiede anche in una cooperazione tra Stato e cittadini. Ioulia Shukan cita in particolare l’iniziativa Sorella della misericordia ATO/Kharkiv, un’associazione caritativa non religiosa, nonostante il nome, i cui volontari, principalmente donne, accompagnano i soldati malati o feriti, offrono loro un sostegno psicologico o li aiutano nei gesti quotidiani durante tutto il loro soggiorno in ospedale.
“Questo insieme di attori statali, della società civile e stranieri permette all’Ucraina di resistere”, afferma la sociologa.
L’ampiezza di questo movimento cittadino è impressionante. Va da gruppi informali che fanno visita ai feriti ad associazioni strutturate che accompagnano le persone amputate nella loro ricostruzione. “Alcuni organizzano attività ricreative o lavorano sulla questione della salute mentale in modo non professionale certo, ma contribuiscono alla ricostruzione delle persone”, precisa Ioulia Shukan.
Moltiplicazione dei casi gravi
Il compito è immenso. I droni rendono per esempio l’evacuazione dei militari dal fronte molto complicata e le ferite hanno il tempo di aggravarsi.
“I feriti devono essere portati dai loro compagni d’armi per circa 10 chilometri prima di una presa in carico effettiva. Mentre lo standard in medicina militare tende verso una presa in carico in un’ora, un soldato ferito può attendere 36 ore, persino diversi giorni. L’applicazione di un laccio emostatico per prevenire le emorragie, quando è prolungata, comporta necessariamente un’amputazione”, deplora la studiosa.
Risultato: una moltiplicazione dei casi gravi, doppie, triple, persino quadruple amputazioni, ferite al viso, ustioni profonde.
In parallelo, sul fronte civile, la distruzione mirata delle infrastrutture mediche lungo la linea del fronte obbliga il Paese a una “corsa alla ricostruzione” permanente per poter continuare a prendere in carico tutti i feriti.

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Trasformazione del rapporto con la disabilità
La guerra in Ucraina ha profondamente trasformato il rapporto della società con la disabilità, sottolinea Ioulia Shukan. “La società ucraina è impegnata in un processo di socializzazione all’alterità poiché le persone sono confrontate quotidianamente ai diversi corpi”, conferma la sociologa.
A Leopoli, diventata un centro importante di presa in carico delle ferite di guerra, vedere persone amputate in centro città è per esempio diventato comune. “Ci sono numerose iniziative per imparare come comportarsi, come ringraziare, come proporre aiuto per non mettere a disagio la persona e non farle sentire la sua alterità, così come la sua inferiorità”, spiega la studiosa.
I volontari della società civile svolgono un ruolo cruciale in questo processo di socializzazione, organizzando uscite per i feriti, favorendo il loro ritorno alla vita civile e avvicinando i civili risparmiati a questi corpi segnati dalla guerra. “Favoriscono la convivenza”, conclude Ioulia Shukan.

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