Katia scorre la galleria delle foto del suo smartphone, fino a quando trova quelle degli ultimi quadri che ha dipinto. “Mi piace dipingere, faccio fotografie”. Poi scorre quelle scattate in Svezia, alle architetture, ai palazzi, racconta del suono degli aerei militari durante la festa nazionale. “Avevo paura, ma sapevo che non erano in Ucraina, e questo mi faceva sentire più calma”, spiega.
Katia ha 16 anni ed è originaria del Donetsk. Prima del 2022 viveva a Druzhkivka, oggi vive a Kiev dove — racconta — ha cambiato casa quattro volte. “Ti abitui e poi ti trasferisci di nuovo”. Studia graphic design, inglese e fa parte della fondazione “Children of Heroes” che dal 2022 si occupa di bambini che l’invasione russa su larga scala ha privato dei genitori. E di non sapere più cosa significhi casa.

Katia studia Graphic Design
L’8 aprile 2022: il missile sulla stazione
Katia racconta cosa è successo quattro anni fa. “La nostra casa e il nostro appartamento sono stati bombardati. È una zona di combattimenti, molto vicina alla Russia. La casa esiste, ma solo nei ricordi”. Un mese e mezzo di bombardamenti costanti, poi la decisione della sua famiglia di spostarsi da parenti nella regione di Vinnytsia. E l’8 aprile del 2022, di prendere un treno alla stazione di Kramatorsk.

Mentre aspetta il treno, insieme alla madre e alla sorella più piccola — che oggi ha 11 anni — un missile russo colpisce la stazione e fa strage di civili: 63 morti e più di 150 feriti. Tra le vittime c’è anche la madre di Katia; lei, insieme alla sorella, sopravvive — uno sconosciuto fa loro da scudo umano — e Katia viene ferita a entrambe le gambe. Alcuni frammenti non sono mai stati rimossi, e continua a fare riabilitazione a quattro anni di distanza.
Quindicimila bambini, una fondazione
La sua storia è una delle 15.000 storie dei bambini seguiti dalla fondazione, creata subito dopo l’invasione russa su larga scala. “La guerra continua a plasmare la vita dei bambini in modo molto profondo e duraturo”, spiega da Odessa Valeria Abdal, co-fondatrice di Children of Heroes. “Hanno lacune nella loro istruzione. Sono cresciuti sotto bombardamenti costanti, sotto stress continuo, sotto le sirene antiaeree, e in circostanze in cui la loro istruzione è stata interrotta ripetutamente. Quindi capiamo che tutte queste circostanze plasmano la loro realtà e dobbiamo fare qualcosa”.

Valeria Abdal
E approfondisce il senso dell’urgenza di quello che fanno. “Senza un supporto tempestivo, le loro lacune educative, il trauma psicologico, il loro isolamento sociale possono trasformarsi in una barriera davvero grande per tutta la loro vita. Ed è per questo che capiamo che dobbiamo sostenerli adesso, perché è come un investimento per il nostro futuro, per un’intera generazione”.
Vicino al fronte: l’emergenza di ogni giorno
Aiuti alimentari, pacchi igienici, vestiti, stufe, e un programma specifico per chi vive nelle aree vicine al fronte, dove l’emergenza può essere anche quella di rimettere una finestra saltata a causa di un attacco russo. “Cerchiamo di monitorare la situazione in diverse parti dell’Ucraina e, naturalmente, vicino alla linea del fronte la situazione è peggiore. Cerchiamo sempre nuove opportunità per offrire ai bambini che si trovano vicino alla linea del fronte più programmi di supporto”, spiega.
“Abbiamo uno strumento speciale nella nostra fondazione: i ‘family helpers’. Sono assistenti familiari che sono in contatto costante con tutti i nostri beneficiari, con tutte le famiglie. E monitorano qual è la situazione in ogni famiglia: salute, necessità economiche e altre circostanze”. E poi organizzano percorsi scolastici, corsi di inglese, viaggi all’estero — come quello fatto in Svezia da Katia — insieme agli psicologi.
Sulla difficoltà di avere una stima esatta di quanti bambini vivano questa condizione oggi, Valeria spiega che “non conosciamo il numero reale di bambini che hanno perso i genitori, perché una grande parte dei nostri bambini è rimasta nei territori occupati e non abbiamo contatti con loro. Non sappiamo cosa stia succedendo, cosa sia successo dopo che la Russia ha occupato quei territori”. Il numero dei bambini che si registrano e si mettono in contatto con loro aumenta tutti i giorni da quando hanno deciso di lanciare il progetto. “Tutti i nostri bambini capiscono al 100% cosa sta succedendo”.
Non si sfugge dalla realtà, si cerca di ricostruire per loro un’idea di futuro. Che passa anche da attività legate all’arte, laboratori di teatro e di musica. L’ultimo progetto sponsorizzato dalla fondazione è legato al mondo della musica elettronica, del clubbing e di una subcultura ucraina molto forte e identitaria.
La musica come testimonianza
“Nessun bambino merita questo tipo di infanzia”, spiega da Odessa Alina Pash, artista ucraina che mescola elettronica, hip-hop e sonorità folk ucraine. Ha appena lanciato un EP insieme al produttore belga Apashe, con musiche e suoni registrati in Ucraina durante la guerra. I proventi delle vendite dell’EP andranno a sostegno dei bambini di Children of Heroes.
E poi c’è un progetto — Patron8 — di cui è promotrice e ambasciatrice, per raccogliere fondi a supporto dei progetti della fondazione, e tutta una serie di attività e laboratori per coinvolgere i bambini che ne fanno parte. Il progetto viene presentato durante i concerti organizzati in queste settimane in tutta Europa.

Alina Pash
Un messaggio al mondo
Gli occhi di Alina si illuminano quando si parla di Ucraina, e del video girato a Kiev per supportare il progetto. Il video si chiude con una frase in inglese su sfondo nero: “La linea tra ‘lì’ e ‘qui’ è più sottile di quanto pensi”. Una frase alla quale Alina tiene particolarmente. “È un messaggio che ognuno può leggere e interpretare. Ci sono molte linee che si possono tracciare. È un promemoria al mondo: non esistono linee astratte. Non è ‘è la guerra in Ucraina e non mi riguarda’. Può arrivare fino a te, storicamente, emotivamente. È anche una questione geografica. Sembra lontano, ma in realtà è molto vicino”, spiega.
Aggiunge come la sua missione adesso sia “parlare di ciò che il mio popolo sta vivendo ora. È una testimonianza. Ogni storia delle persone che vivono qui lo è”. Ed è importante mostrare “che si tratta di famiglie reali, case reali, bambini che dormono sotto le sirene”.
In quattro anni di guerra su larga scala, le sirene delle allerte hanno suonato per un totale di 4.000 ore, ovvero più di cinque mesi e mezzo. Alina parla del padre, ferito al fronte, e di aver scelto il progetto perché in totale sinergia con il team, e perché vuole diventare mamma presto.
L’arte è uno spazio sicuro
“Voglio vedere quei bambini felici, vedere nei loro occhi la possibilità di qualcosa che non immaginavano”. Sull’importanza di farlo insieme alla musica, al cinema e al teatro, chiude con una frase nitida prima di prendere il treno per Kiev, per poi tornare all’estero in tour con Apashe: “L’arte è uno spazio sicuro. Il tuo mondo interiore non può essere bombardato. Nessuno può portartelo via”.
“Progetti di questo tipo, con l’aiuto di Alina, con l’aiuto di Apashe, che sono conosciuti nel mondo, ci permettono di diffondere messaggi sull’Ucraina, sulla nostra fondazione, sui nostri beneficiari in tutto il mondo”, conclude Valeria Abdal. “La sua voce può essere la voce di tutta l’Ucraina”.

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SEIDISERA 10.03.2026, 18:00
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