DA GERUSALEMME
Perché gli israeliani votano per Netanyahu? "È una domanda che interroga la mia psicologia e la mia capacità di comprensione", risponde una massaia incontrata stamani al mercato Mahane Yehuda, nel centro di Gerusalemme. Viviamo nella paura, aggiunge la signora. La stessa frase l’aveva pronunciata davanti al microfono della RSI anche Michael Kesten Keidar, vedova di guerra, accogliendoci nel giardino della sua casa a Modiin. Suo marito era un ufficiale dell’esercito. È stato ucciso durante l’ultima operazione militare a Gaza, l’estate scorsa. "Netanyahu ha costruito la sua campagna elettorale su paura e terrore" scrive il quotidiano Haaretz. E in questo modo ha vinto le elezioni di martedì. Per la quarta volta sarà probabilmente primo ministro, il più longevo della storia di Israele. Ma forse anche uno dei più controversi.
Nel suo discorso della vittoria, la notte scorsa, si è rivolto "a tutti gli israeliani". Ma Netanyahu divide il paese, non lo unisce. La società israeliana è scossa da lacerazioni e paure. Persino gli elettori più nazionalisti come i coloni ebrei in Cisgiordania hanno in parte voltato le spalle a Naftali Bennet, il leader del movimento "Focolare ebraico" e ministro dell’economia uscente. Hanno dirottato i loro voti su Netanyahu, che li ha chiesti insistentemente. E li ha ottenuti.
Il voto non è stato un’ elezione diretta del premier ma si è fortemente polarizzato sui due principali candidati, diventando quasi un referendum pro o contro Netanyahu.
"Israele ha bisogno di un leader forte" il commento di stamani un giovane studente. Adesso ce l’ha, ancora una volta. Un leader che rappresenta un "bad deal", un pessimo affare per gli israeliani, come ha scritto l’Economist parafrasando la definizione data da Netanyahu al possibile accordo sul nucleare iraniano. Lo spauracchio dell’atomica degli Ayatollah ha colpito l’immaginario dell’elettore medio del Likud. Dalle periferie di Tel Aviv fino alle colonie in Cisgiordania, dalla pancia del paese arriva questo messaggio: fa più paura l’ipotetica ma brandita bomba nucleare di Tehran – smentita persino dal Mossad – rispetto agli irrisolti problemi economici e sociali di Israele.
In campagna elettorale il conflitto palestinese è rimasta incredibilmente sullo sfondo. Eppure il 62-65% degli israeliani vorrebbe la pace con i palestinesi, ci ha detto Ruthie Pliskin, ricercatrice dell’Università di Tel Aviv. Non c’è un interlocutore palestinese affidabile, è stato il mantra della destra e di Netanyahu durante le elezioni. Dalle urne, esce sconfitto il partito laburista, da troppo tempo in cerca di un nuovo Rabin. Fiorisce invece la speranza che le forze unite della minoranza arabo-israeliana possano germogliare ulteriormente. Ma gli altri palestinesi, i 300'000 di Gerusalemme Est e gli altri tre milioni tra Cisgiordania e Gaza di speranza non ne hanno, dopo la vittoria di Netanyanhu.
Emiliano Bos
Dal TG12:30



