Situato nel cuore dell’Asia centrale, l’Uzbekistan rappresenta uno dei paesi più strategici e al tempo stesso meno conosciuti dello scenario internazionale. Ex repubblica sovietica, indipendente dal 1991, uno dei cinque Stan scaturiti dalla dissoluzione dell’URSS — insieme con Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Turkmenistan — ha vissuto per decenni sotto la presidenza di Islam Karimov, sino al 2016, un sistema fortemente centralizzato e autoritario. Negli ultimi anni, tuttavia, con il passaggio di mano a Shavkat Mirziyoyev, si è assistito a un graduale processo di apertura politica ed economica, accompagnato da un crescente interesse da parte della comunità internazionale, soprattutto a causa della sua posizione strategica e delle ricchezze del sottosuolo. Tra modernizzazione, abbozzi di riforme e persistenti criticità, l’Uzbekistan si trova al centro del nuovo Grande Gioco di kiplingiana memoria fra le potenze limitrofe, Russia e Cina, con attori esterni nuovi e interessati, dagli Stati Uniti all’Unione Europea.
Gulnara Karimova, figlia dell’ex presidente uzbeko, è a processo da lunedì a Bellinzona. È accusata di riciclaggio, corruzione e di essere a capo di un’organizzazione criminale. Imputati anche un ex gestore di Lombard Odier e la banca stessa. I fondi contestati ammontano a centinaia di milioni. Il verdetto è atteso per fine maggio.
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Transizione complessa
Dopo la morte di Karimov dieci anni fa, il potere è passato a Mirziyoyev, uomo del sistema, che dal 2003 aveva ricoperto il ruolo di primo ministro. La sua leadership ha segnato più che altro un cambio di tono rispetto al passato, con l’avvio di riforme volte a migliorare l’immagine internazionale del paese e a rendere l’apparato statale più efficiente. Il potere politico è rimasto fortemente accentrato, con elezioni che, pur formalmente competitive, non offrono ancora un reale pluralismo, e l’opposizione è limitata. Le organizzazioni per i diritti umani continuano a segnalare restrizioni alla libertà di espressione e alla partecipazione politica.
L’Uzbekistan si trova dunque in una fase intermedia: non più rigidamente autoritario come in passato, ma non ancora pienamente democratico. A livello economico, Tashkent rappresenta in ogni caso una delle economie più dinamiche dell’Asia centrale, sostenuta da una crescita costante e da un patrimonio significativo di risorse naturali. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, il PIL ha raggiunto circa 137 miliardi di dollari nel 2025, con un tasso di crescita intorno al 6,8%, tra i più elevati della regione. Negli ultimi anni, l’espansione economica si è mantenuta stabilmente sopra il 6%, accompagnata da un aumento del PIL pro capite fino a circa 3.600 dollari.
Ricchezze del sottosuolo
Il vero punto di forza del paese resta il sottosuolo: l’Uzbekistan è uno dei principali produttori mondiali di risorse minerarie ed energetiche, è il settimo produttore globale di oro, con circa 80 tonnellate estratte ogni anno, e possiede una delle più grandi riserve auree al mondo. L’oro costituisce circa l’85% delle riserve della Banca centrale, che ammontano complessivamente a circa 75 miliardi di dollari. Il paese dispone inoltre di enormi riserve di gas naturale: la produzione annua si aggira intorno ai 50-60 miliardi di metri cubi, rendendo l’Uzbekistan uno dei maggiori produttori della regione. Sono presenti circa 200 giacimenti di idrocarburi, tra gas e petrolio. In più ci sono i minerali strategici: Tashkent è tra i primi produttori mondiali di uranio (quinto posto), oltre a possedere rilevanti riserve di rame, tungsteno, zinco e molibdeno.
In equilibrio fra est e ovest
Tradizionalmente l’Uzbekistan mantiene relazioni strategiche con Russia e Cina, partner fondamentali sia dal punto di vista economico sia militare, e fa parte sia della CSI (Comunità degli Stati Indipendenti, erede dell’URSS) che della SCO (Organizzazione per la cooperazione di Shanghai), trainata da Mosca e Pechino. Parallelamente però Tashkent ha intensificato i rapporti con l’Unione europea e gli Stati Uniti, cercando soprattutto di attrarre investimenti e sostegno alle riforme, cercando di bilanciare le spinte dei vicini ingombranti. Questa politica multilaterale, avviata da Karimov e ampliata da Mirziyoyev, riflette in sostanza la volontà del paese di affermarsi come attore autonomo e di evitare una dipendenza eccessiva da una singola potenza. L’Uzbekistan si trova quindi oggi a un crocevia decisivo della sua storia: le riforme avviate negli ultimi anni hanno aperto sicuramente nuove prospettive, ma il percorso verso una piena democratizzazione e uno sviluppo economico equilibrato è ancora lungo. Il rafforzamento dei rapporti internazionali rappresenta in questo senso un elemento chiave per la transizione, con un equilibrio comunque difficile da mantenere.
Articolo legato a SEIDISERA del 26.04.2026:
SEIDISERA
SEIDISERA 26.04.2026, 18:00
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