Negli anni Settanta, Taiwan fabbricava l’80% delle bambole Barbie al mondo. Oggi, fabbrica circa il 60% dei microchip. Domani, potrebbe fabbricare una quota consistente di droni, compresi quelli con applicazioni militari. Facendo leva sull’elevata capacità di produzione tecnologica su ampia scala, Taipei sta aumentando sia la produzione interna che le esportazioni all’estero, con un duplice obiettivo: rafforzare le capacità di guerra asimmetrica a fronte della potenza di fuoco sempre più imponente della Cina, ma anche diventare uno snodo cruciale per un settore sempre più strategico, come dimostrano le guerre in Ucraina e in Medio Oriente.
“L’invasione della Russia e quanto è accaduto dopo ha cambiato tutto. Il mondo ha capito che si possono usare droni molto economici per distruggere infrastrutture chiave o armi costose”, dice Jennifer Chuang, presidente della Aerospace Industrial Development Corporation (AIDC), incontrando alcune testate internazionali tra cui RSI, nello stabilimento di Taichung, cuore industriale nella parte centro-occidentale dell’isola.
Dopo averlo già fatto sui microchip, Taiwan punta a diventare un hub globale anche per l’export di droni, proponendo i suoi modelli come alternativi a quelli prodotti dalle aziende cinesi.

Un drone da combattimento del Thunder Tiger Group
Un mercato in crescita esponenziale
I numeri del settore mostrano una crescita esponenziale. In tutto il 2024, Taipei ha esportato 3’000 droni in tutto il mondo. Nel 2025, ne ha esportati 107’000 solo in Europa. Una cifra ampiamente superata già dopo il primo trimestre del 2026, con 136’000 spedizioni solo in Europa. AIDC, privatizzata nel 2014, è uno degli attori principali della produzione di droni di Taiwan. I suoi prodotti sono civili, ma la stessa Chuang ammette che l’azienda “non sa qual è lo scopo di utilizzo dei nostri clienti. Noi seguiamo un canale commerciale: ci vengono chieste misure, pesi e funzioni specifiche. E le richieste cambiano velocemente. La tecnologia dei droni viene ormai rinnovata ogni due mesi, bisogna costantemente stare al passo”.

Un drone militare del Thunder Tiger Group
Droni da guerra: la risposta ai missili Patriot
A pochi chilometri di distanza, c’è il quartier generale di Thunder Tiger Group, che invece mette a punto un’ampia gamma di dispositivi a scopo militare. Tra questi, c’è l’Overkill, un “drone kamikaze” dotato di intelligenza artificiale e in grado di muoversi in sciame. Si tratta dell’unico veicolo aereo senza pilota asiatico ad aver ricevuto la certificazione Blue UAS degli Stati Uniti, cioè l’approvazione per l’uso da parte del Pentagono e delle agenzie federali. “Quanto successo in Ucraina e Medio Oriente mostra che è fondamentale sviluppare capacità di guerra asimmetrica. Non si possono abbattere droni da 300 dollari statunitensi con missili costosi”, dice Gene Su, direttore generale di Thunder Tiger Group. “Un missile Patriot vale 4 milioni di dollari statunitensi. E ora si stanno già esaurendo. Noi non abbiamo bisogno di missili di fascia alta, ma di missili a basso costo, di droni marini a basso costo. Questo è ciò che stiamo imparando dall’Iran. I droni sono economici, ma efficaci, perché intimoriscono i tuoi vicini”, spiega Su. “Usiamo la tecnologia di stampaggio per realizzare droni in alluminio a bassissimo costo. Poniamo che Pechino abbia 7’000 missili, che cosa facciamo noi? Costruiamo 1’000 droni al mese”.

Gene Su, direttore generale di Thunder Tiger Group
Il mercato: dall’Europa orientale a Washington
Tra i maggiori acquirenti dei droni taiwanesi ci sono Paesi dell’Europa orientale in alta tensione con la Russia, come Polonia e Repubblica Ceca, da dove forse i dispositivi vengono triangolati anche in Ucraina. Ma Thunder Tiger Group ha come canale prioritario gli Stati Uniti, dove sta realizzando anche un impianto di produzione per rispondere alle richieste di Washington ai partner nel settore della difesa di spostarsi sul territorio americano. “Non tutti i Paesi europei sono molto sensibili riguardo alle componenti non cinesi. Comprano il 95% dei motori per droni dalla Cina. Gli Stati Uniti sono invece molto esigenti. Niente deve provenire dalla Cina”, dice Su.

Un drone acquatico del Thunder Tiger Group
Spesso le aziende di Taiwan presentano i loro droni parte delle cosiddette catene di approvvigionamento “non rosse”, variazione trumpiana delle catene di approvvigionamento democratiche di cui parlava l’amministrazione Biden. Eppure, potrebbe non essere sempre così. Secondo Su di Thunder Tiger Group, “ci sono Paesi europei che vogliono componenti economici e possibilmente non cinesi, credo che talvolta accada che si usi una società taiwanese come intermediaria per importare componenti dalla Repubblica Popolare Cinese e rivendere poi in Europa”. E poi c’è il nodo delle terre rare, importanti anche nella produzione dei droni. Un problema che, lo stesso Su, ammette essere difficilmente risolvibile. “Chiediamo rigorosamente ai nostri fornitori di darci magneti di terre rare non provenienti dalla Cina. Loro possono fornirci il certificato di origine. Ma, in sostanza, non possiamo sapere da dove provengano davvero”.

Come difendersi dai droni?
Falò 14.04.2026, 21:00








