C’è un pianeta che comunica senza parole. Lo fa attraverso le specie animali e i loro spostamenti: rotte invisibili, cambiamenti di comportamento, dati ambientali. Per secoli non siamo stati in grado di ascoltare, né di vedere questi segnali, ma oggi qualcosa sta cambiando.
L’idea del progetto, definito internet degli animali, è semplice quanto radicale: usare gli animali come sensori viventi, come antenne biologiche capaci di raccontarci ciò che accade negli ecosistemi prima ancora che ce ne accorgiamo. È ciò che il biologo tedesco Martin Wikelski - direttore del Dipartimento delle migrazioni presso il Max Planck Institute of Animal Behavior - ha immaginato più di vent’anni fa. È proprio a questo progetto che il Giardino di Albert ha dedicato un’intera puntata.
Internet animale
Il giardino di Albert 11.04.2026, 16:55
Il cuore scientifico del progetto si chiama ICARUS (International Cooperation for Animal Research Using Space). Il principio è sorprendente: minuscoli trasmettitori – alcuni pesano meno di cinque grammi – vengono applicati a diverse specie di animali selvatici, che spaziano dagli uccelli, ai mammiferi. Registrano la loro posizione, i movimenti, la temperatura corporea e ambientale, e, in via ancora sperimentale, anche altri parametri ambientali. I dati vengono inviati a ricevitori nello spazio e poi ritrasmessi a Terra, creando una rete planetaria di informazioni che collega biologia, clima e ambiente.
La prima versione di ICARUS ha operato sulla Stazione Spaziale Internazionale tra il 2020 e il 2022, finché la guerra tra Russia e Ucraina ha interrotto la collaborazione tecnica. Ma il progetto non si è fermato. A partire dal mese di novembre 2025, ICARUS è tornato nello spazio, questa volta a bordo di microsatelliti autonomi, segnando l’inizio di ICARUS 2.0: una costellazione che garantirà copertura globale continua entro il 2027.
Perché lanciare un tale progetto? Perché seguire gli animali significa leggere il Pianeta. I dati ICARUS permettono di capire come il cambiamento climatico stia modificando le migrazioni, dove si nascondono habitat cruciali, come si spostano malattie trasmesse dagli animali (le cosiddette zoonosi) e persino come alcuni comportamenti anomali possano anticipare eventi estremi.
In Namibia, per esempio, i movimenti improvvisi dei licaoni hanno già permesso di intervenire contro il bracconaggio. In mare, simili monitoraggi dei percorsi degli squali hanno rivelato praterie sommerse, fondamentali per lo stoccaggio del carbonio.
Ma c’è un passo ulteriore. Accanto alla rete che segue i movimenti, sta emergendo una seconda rivoluzione: provare a capire quali informazioni si scambiano gli animali. Progetti come l’Earth Species Project utilizzano l’intelligenza artificiale per analizzare vocalizzazioni di balene, elefanti, uccelli e insetti, cercando strutture, significati, regolarità nei loro suoni. Non si tratta di traduzioni linguistiche, non siamo a questo punto, ma queste analisi permettono di identificare delle strutture comunicative nei versi delle varie specie animali.
https://rsi.cue.rsi.ch/info/scienza-e-tecnologia/IA-e-biodiversit%C3%A0-quando-la-tecnologia-salva-la-natura--3165537.html
Quando questi due mondi iniziano a incontrarsi – movimenti, dati ambientali e segnali acustici – il pianeta comincia davvero a prendere voce. Non una voce umana, ma una voce collettiva, complessa, fatta di milioni di traiettorie, pause, accelerazioni. Una voce che ci parla dello stato di salute della Terra.








