Alberi, clima e uomo. Un trinomio difficilissimo da comprendere, che però fa parte dello stesso pianeta. Nell’ultimo mese, due ricerche indipendenti, una del Politecnico Federale di Zurigo e una dell’Università di Basilea, hanno fatto luce su diverse conseguenze che i cambiamenti climatici hanno sulla vita delle piante e viceversa, mettendo entrambe in risalto quanto l’azione umana, intenzionale o meno, possa avere effetti al limite del prevedibile.
La riforestazione per abbassare le temperature
Uno dei metodi più utilizzati in tutto il mondo per contrastare il cambiamento climatico è la riforestazione. Zone che hanno perso la flora, spesso a causa del disboscamento, vengono nuovamente popolate da piante il più possibile autoctone, in grado di intrappolare l’anidride carbonica, migliorare la qualità dell’aria e supportare la biodiversità. In una recente pubblicazione su Nature Communications Earth & Environment, i ricercatori del Politecnico Federale di Zurigo hanno studiato l’effetto di queste operazioni in diverse parti del globo, evidenziando che il loro impatto varia molto a seconda della regione. Tanto che, agendo in modo strategico, è possibile dimezzare l’area da riforestare per ottenere lo stesso effetto sul clima.
Gli studi finora condotti su questo tema hanno spesso analizzato scenari eccessivamente semplici e idealizzati. Il gruppo guidato dal professore Robert Jinglin Wills del Politecnico Federale di Zurigo ha invece simulato computazionalmente tre diversi scenari climatici globali, nei quali sono state applicate differenti strategie di riforestazione.
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Per farlo, i ricercatori non hanno considerato solo gli effetti biochimici della riforestazione, come l’assorbimento dell’anidride carbonica, ma anche quelli fisici, come la capacità di riflettere la luce solare, la traspirazione dell’acqua dalle foglie e l’alterazione della superficie delle aree interessate, ad esempio per la presenza di alberi al posto di erba. Così hanno valutato le temperature dei tre scenari ipotetici nel 2100, cercando di considerare anche gli elementi urbani e agricoli.
I tropici raffreddano più della tundra
I risultati hanno mostrato che due degli scenari simulati raggiungevano livelli di riscaldamento climatico simili, ma l’area riforestata differiva di ben 450 milioni di ettari, equivalenti all’incirca all’intera Unione Europea. «Il fatto che possiamo ottenere lo stesso effetto di raffreddamento con una quantità di terreno significativamente inferiore dimostra che conta di più dove piantiamo rispetto a quanto piantiamo», spiega Nora Fahrenbach, dottoranda nel gruppo di Jinglin Wills e prima autrice dello studio.
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La zona in cui la riforestazione influisce maggiormente sul riscaldamento climatico è quella tropicale, rappresentata in particolare dall’Amazzonia e da alcune regioni dell’Africa, seguite, in misura minore, dal Sud-Est asiatico. Al contrario, le aree situate nel nord del pianeta, come la Siberia, il Canada e l’Alaska, hanno un potenziale limitato nel raffreddare il pianeta. In queste regioni, la presenza della neve per molti mesi all’anno favorisce già la riflessione della luce solare, mentre la reintroduzione della vegetazione oscurerebbe il manto nevoso, aumentando la quantità di radiazione assorbita. Di conseguenza, la temperatura locale aumenterebbe leggermente, compensando negativamente gli effetti di raffreddamento della riforestazione in altre parti del globo. Le simulazioni hanno infatti considerato anche gli effetti atmosferici su scala globale e le interazioni tra diverse aree geografiche.
La linea degli alberi e i cambiamenti climatici
Anche gli scienziati dell’Università di Basilea hanno recentemente pubblicato su International Journal of Applied Earth Observation and Geoinformation uno studio sulle aree occupate dalle foreste in relazione al clima. In questo caso si tratta dell’evoluzione nel mondo della linea degli alberi, ovvero la quota oltre la quale la foresta non cresce più, rispetto all’innalzamento delle temperature alle alte quote. Contrariamente a quanto l’intuizione ci suggerisce, mentre il 42% delle linee degli alberi mondiali si sta spostando verso l’alto, circa un quarto sta invece scendendo.

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I ricercatori evidenziano così che l’aumento delle temperature non è l’unico parametro che governa un fenomeno così complesso. L’azione dell’uomo, consapevole o meno, gioca un ruolo fondamentale. Nelle aree che in passato sono state interessate da un’intensa attività umana, come i pascoli, l’evoluzione delle foreste è oggi molto diversa rispetto a quella delle zone più intatte.
In altri casi intervengono fattori esterni non direttamente legati all’azione umana, come gli incendi, responsabili del 38% degli spostamenti verso il basso delle linee forestali. «Ma molti incendi boschivi, come quelli in Nord America, non possono più essere completamente separati dall’influenza umana. Il cambiamento climatico e altre attività umane ne stanno aumentando frequenza e portata - afferma il primo autore dello studio Tianchen Liang dell’Università di Basilea - È difficile distinguere tra cause e influenze umane e naturali».
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