Lanciare un’iniziativa popolare in Svizzera è diventato, almeno in termini proporzionali, più semplice rispetto al passato. Il Paese conta oggi circa 9,1 milioni di abitanti e le 100’000 firme necessarie, da raccogliere entro 18 mesi, corrispondono a poco più del 2% degli aventi diritto di voto.
Quando l’attuale soglia venne introdotta, nella seconda metà degli anni Settanta, la situazione demografica era profondamente diversa. La Svizzera aveva circa 6,3 milioni di abitanti e usciva da pochi anni dall’introduzione del suffragio femminile, avvenuta a livello federale nel 1971. Prima dell’innalzamento a 100’000, le 50’000 sottoscrizioni richieste rappresentavano circa il 4% dell’elettorato: in proporzione, quasi il doppio rispetto a oggi. Da qui la richiesta, avanzata periodicamente da esponenti politici e osservatori, di aumentare nuovamente il numero di firme necessario per sottoporre una modifica costituzionale al voto popolare. Una proposta che potrebbe apparire ragionevole, ma che solleva interrogativi sulla funzione stessa della democrazia diretta.
La trasmissione di approfondimento SEIDISERA della RSI ne ha discusso con il politologo Sean Müller, secondo il quale la diminuzione del peso percentuale delle firme, della soglia in sostanza, non deve essere necessariamente considerata un problema.
Il peso delle iniziative popolari
Le iniziative popolari, osserva Müller, non servono infatti soltanto a portare un tema alle urne. Possono esercitare pressione sul Parlamento, spingere le associazioni a coalizzarsi attorno a una causa e permettere a questioni trascurate di entrare nell’agenda politica. Il dibattito, sottolinea ancora il politologo, può essere osservato da due prospettive opposte. C’è chi ritiene che in Svizzera si voti troppo e che l’elevato numero di consultazioni finisca per appesantire il sistema. Altri, invece, considerano la frequenza delle votazioni un elemento essenziale della partecipazione democratica.
Per Müller, la possibilità di intervenire regolarmente e in modo vincolante sulle decisioni pubbliche rappresenta soprattutto un valore. La democrazia diretta consente alla società civile e ai partiti di porre nuovi temi all’attenzione del Paese e contribuisce a rafforzare il coinvolgimento e la soddisfazione politica della popolazione.
Il rischio di favorire le organizzazioni più forti
Un eventuale innalzamento della soglia potrebbe produrre un effetto contrario a quello auspicato. A riuscire nella raccolta delle firme sarebbero soprattutto i partiti, le grandi associazioni e i gruppi di interesse dotati di risorse finanziarie e strutture organizzative consolidate. Gli attori più potenti, ricorda Müller, dispongono già di numerosi strumenti per influenzare il Parlamento e far avanzare le proprie rivendicazioni. Una soglia più elevata ridurrebbe probabilmente il numero complessivo delle iniziative, ma colpirebbe soprattutto quelle provenienti dall’esterno del sistema politico tradizionale.
A rischiare di scomparire sarebbero quindi le proposte più innovative, scomode o considerate ancora tabù. Temi che, proprio grazie all’iniziativa popolare, possono emergere nel dibattito pubblico anche quando non sono sostenuti dai partiti o dalle organizzazioni maggiormente rappresentative. Ad essere penalizzata potrebbe essere in particolare quella parte della società civile che non si riconosce pienamente in un partito o in una grande associazione. Anche gruppi direttamente interessati a un problema, ma non ancora organizzati in modo stabile, avrebbero maggiori difficoltà a utilizzare questo strumento.
La raccolta di 100’000 firme, del resto, resta un’operazione complessa. La digitalizzazione e la diffusione dei social network possono facilitare la mobilitazione, ma non sostituiscono la necessità di costruire una rete, coordinare i volontari e disporre di una struttura capace di operare sul territorio. Anche negli ultimi anni alcune organizzazioni, soprattutto quelle di recente costituzione, hanno faticato a raggiungere la soglia prevista.
Crescono le iniziative sottoposte al voto
Dal punto di vista numerico, il ricorso agli strumenti della democrazia diretta appare comunque in aumento. Sono sempre più numerose le iniziative che arrivano fino alla votazione popolare, senza essere ritirate dopo l’approvazione di un controprogetto da parte del Parlamento.
Nell’anno preso in esame le iniziative sottoposte agli elettori sono state otto, il quarto dato più elevato mai registrato. A queste si aggiunge l’aumento dei referendum facoltativi, per i quali si ripropone un dibattito analogo. Per lo studioso, tuttavia, l’aumento delle consultazioni non è dovuto soltanto alla maggiore facilità teorica della raccolta. È anche una conseguenza della crescente polarizzazione politica e della maggiore centralità assunta dai temi nazionali rispetto a quelli cantonali.
Partiti di sinistra, di destra e di centro utilizzano sempre più frequentemente la democrazia diretta per promuovere i propri obiettivi, mobilitare l’elettorato e ottenere visibilità. In questo senso, iniziative e referendum non sono soltanto strumenti legislativi, ma anche mezzi di comunicazione e propaganda politica.







