Si é parlato di “mossa del cavallo”. Quella che, anche in politica, si tenta per uscire da una situazione di difficoltà. Stavolta la scacchiera, tragica, è quella della guerra civile siriana e del ricorso all’arma chimica (da parte di chi, è questione ancora controversa).
Se la mossa riuscirà, per la prima volta la cosiddetta “comunità internazionale” metterà a segno un risultato tangibile dopo trenta mesi di conflitto feroce e oltre centomila morti, di guerra per procura, di veti incrociati. E di colpevole passività. Per ora è solo una speranza. Che potrebbe affondare tra le mille incognite e le innumerevoli minacce in grado di affossarla in quel teatro di crisi in cui si intrecciano interessi, calcoli, paure di ogni genere.
Una breccia é stata comunque aperta. Merito, dicono in molti, dell’abilità del capo del Cremlino. Che avrebbe consentito al rivale americano Obama di uscire dall’angolo in cui si era cacciato con la storia della “linea rossa” da non attraversare (l’arma chimica, appunto). E che, proponendo il controllo internazionale e poi la distruzione delle armi tossiche siriane (con l’assenso del regime di Damasco) torna al centro dello scenario geo-politico mediterraneo, da dove era stato estromesso, come da altri teatri, dalla caduta del Muro e dalla conseguente fine dell’Urss.
Un Putin aureolato da pacifista non si era ancora visto. Anzi, proprio la massiccia consegna di armi moderne ad Assad aveva consentito a quest’ultimo di sopravvivere prima e di contrattaccare poi. Se lo zar ha imboccato stavolta un’altra strada, le ragioni non sono certo dovute al suo buon cuore; o all’occasione, offertagli dagli impacci di Obama e dei suoi amici europei, di diventare protagonista in positivo sul piano internazionale.
Mosca ottiene la definitiva rinuncia americana alla iniziale pretesa dell’uscita di scena di Assad; rafforza il suo ruolo nella prospettiva di un eventuale negoziato globale per porre fine al conflitto; approfitta dei guai che Obama deve registrare complessivamente sull’arco di crisi medio-orientale (la lacerazione dell’Irak, l’incerto futuro dell’Afghanistan dopo il ritiro dei marines, le convulsioni dell’Egitto in bilico fra potere militare e proteste islamiste, l’eterno stallo della sponsorizzata trattativa israelo-palestinese). E non é tutto. La Russia non ha nessun interesse a far incancrenire la tragedia siriana, che a lungo andare potrebbe dirottare i suoi veleni terroristici di impronta islamica nel non lontanissimo Caucaso, la regione ribelle che Putin ha finora “normalizzato” con metodi più che sbrigativi.
Ma è davvero troppo presto per certificare con certezza un raccolto politico così abbondante ad esclusivo vantaggio di Mosca. E Washington può sempre sostenere che é stata la minaccia di una punizione armata a smuovere russi e siriani.
La storia insegna che in Vicino Oriente i fili del dialogo e della speranza possono essere facilmente recisi. Che le iniziative più ardite e inattese possono rivelarsi improduttive. Anche la “mossa del cavallo”.
di Aldo Sofia






