L’arresto di un funzionario della Polizia federale, sospettato di aver trasmesso informazioni sensibili a un’organizzazione criminale dedita al traffico di droga, ha riacceso il dibattito sulla lotta alle mafie in Svizzera. L’ex procuratrice federale Rosa Maria Cappa, intervenendo durante la trasmissione RSI Modem, ha lanciato una proposta forte per la Confederazione: introdurre il sequestro preventivo dei beni, esattamente come fatto dall’Italia per colpire i patrimoni delle mafie.
Il caso del collaboratore della fedpol, emerso durante un’operazione che ha coinvolto Francia e Germania e portato all’arresto nella Svizzera interna di altre cinque persone, ha fatto emergere quella che la direttrice della Polizia federale Eva Wildi-Cortés ha definito un’infiltrazione nelle istituzioni. Un’inchiesta è stata aperta per far luce sul caso che, se confermato, rappresenterebbe la più grave falla dentro il sistema di polizia chiamato a contrastare la malavita organizzata.

Il videomessaggio della direttrice di fedpol Eva Wildi-Cortés sull’arresto del funzionario del Servizio federale di sicurezza
RSI Info 28.04.2026, 17:00
La proposta: colpire la ricchezza
“Noi dovremmo, con un difficile - mi rendo conto - sforzo dal punto di vista giuridico e costituzionale, introdurre una normativa di confische preventive sul modello di quella italiana”, ha affermato Rosa Maria Cappa, avvocata attiva a Lugano ed ex procuratrice federale, durante la trasmissione della RSI dedicata al tema. Ha richiamato un principio cardine della lotta antimafia: “Ai mafiosi vanno tolti anzitutto i patrimoni. E non lo dico io, questo lo diceva Giovanni Falcone”. La proposta si basa sul fatto che le mafie sono “fondamentalmente delle associazioni a scopo di lucro con metodi mafiosi” e che serve “avere degli strumenti che tolgano ossigeno alle mafie”.
Le mafie sono fondamentalmente delle associazioni a scopo di lucro
Rosa Maria Cappa
Una riforma di sistema
Nando Dalla Chiesa, sociologo della criminalità organizzata che dirige l’osservatorio dell’Università Statale di Milano, ha sostenuto con forza la proposta: “Ha ragione la dottoressa Cappa, ci vuole una riforma incisiva e diciamo anche di sistema”.
Il professore, figlio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ucciso da Cosa Nostra con la moglie e un agente di scorta il 3 settembre 1982 a Palermo, ha però avvertito che il percorso non sarà facile: “Si tenga presente che in Italia per passare questa legislazione sono dovute succedere delle tragedie, ci sono stati traumi nazionali, quindi non è facile poi convincere l’opinione pubblica, convincere le rappresentanze politiche istituzionali che bisogna passare per questa strada, perché le resistenze ci sono e spesso non sono disinteressate”.
Non è una questione solo di polizia
Nando Dalla Chiesa
Nando Dalla Chiesa ha evidenziato un problema culturale più ampio: “Le mafie ci studiano e noi non le studiamo. Loro studiano perché hanno una convenienza diretta. Il sistema però non le studia, non le conosce”. Il sociologo ha anche posto una questione provocatoria: “In questo momento chi ci sta ascoltando continua a pensare che sia una questione soltanto di polizia”.
Un arresto che non sorprende
Per gli esperti di criminalità organizzata intervenuti durante la trasmissione, l’arresto del funzionario federale non è una sorpresa. Annamaria Astrologo, professoressa titolare di diritto all’Università della Svizzera Italiana e responsabile scientifica dell’Osservatorio ticinese sulla criminalità organizzata, ha spiegato: “Per chi conosce i documenti ufficiali, questa notizia non sorprende perché è stato individuato da anni il rischio di infiltrazioni nelle amministrazioni pubbliche”.
La professoressa ha ricordato che già nel parere del Consiglio federale del 2021, in risposta all’interpellanza di Marco Romano, “si fa riferimento al fatto che, secondo le informazioni delle autorità partner estere, la criminalità organizzata cerca di infiltrare, di influire sulle istituzioni statali”. Anche nella strategia antimafia approvata nel dicembre 2025 “si fa riferimento al fatto che c’è un rischio di infiltrazioni dello Stato e di istituzioni statali e ciò crea una minaccia per la sicurezza interna”.
Il rischio di infiltrazioni nelle amministrazioni pubbliche è stato individuato da anni
Annamaria Astrologo
Rosa Maria Cappa ha portato esempi concreti. Nel 2021 alcune polizie europee coordinate da Europol hanno decifrato l’applicazione criptata Sky ECC. Anche alle polizie svizzere sono arrivati questi dati e “sono state rilevate delle chat in cui alcuni soggetti dediti al narcotraffico, quindi parte di organizzazioni criminali, si informavano sul modo di influenzare la giustizia in Svizzera. Questo significa che i mafiosi tentano di infiltrare in modo mirato il sistema giudiziario, anche quello svizzero”.
L’avvocata ha citato altri precedenti: nel 2017 funzionari dell’ufficio permessi di Bellinzona sono stati arrestati per aver favorito il rilascio di permessi contraffatti in favore di imprenditori di origine kosovara accusati di traffico di esseri umani. A Ginevra nel 2024 si è registrata una forte progressione di casi di corruzione nelle istituzioni cantonali, in particolare a livello di guardie carcerarie e polizia. E nel 2016 in Vallese un poliziotto, indebitato a causa del gioco d’azzardo, è stato corrotto da narcotrafficanti dei Balcani.
Per lottare contro le mafie non servono solo più agenti
Il Consiglio nazionale ha approvato l’assunzione di venti nuovi agenti all’anno per la Polizia federale per i prossimi dieci anni, per un totale di 200 agenti fino al 2035. Ma per gli esperti non basta.
Nando Dalla Chiesa ha posto una questione cruciale: “Certo, gli agenti in più servono. Poi il problema è anche la preparazione che hanno gli agenti perché questo è un problema serio non soltanto per la Svizzera anche per l’Italia. Qual è il livello di preparazione degli agenti, dei magistrati anche? Abbiamo fatto un lavoro enorme, l’Università di Milano, proprio a partire da questa constatazione: non c’era un’università in cui si studiassero queste materie”.
Il sociologo ha spiegato perché la formazione è cruciale: “Chi opera dentro la mafia è a sua volta sempre più formato. Vengono studiati i modi, le forme di penetrazione, ci si informa su quello che succede dentro le istituzioni. Loro ci studiano e noi non li studiamo. Loro studiano perché hanno una convenienza diretta”. Ma ha pure sottolineato la necessità di controlli rigorosi nel reclutamento: “Le politiche di reclutamento nelle istituzioni devono essere rigorosissime. Non arriva qualcuno che dice io sono un mafioso. E neanche c’è la possibilità per chi non li conosce di individuare immediatamente la provenienza sociale di certe persone”.
Le cellule dormienti
Rosa Maria Cappa ha spiegato come operano le mafie, in particolare la ‘ndrangheta calabrese: “La mafia è un fenomeno complesso. C’è anche un fenomeno sociale laddove ci sono dei nuclei familiari all’estero. La mafia calabrese cerca di infiltrare dapprima i propri componenti familiari o comunque le proprie conoscenze in maniera blanda, in maniera docile. E poi da lì anche l’idea di poter fare, di guadagnare fa sì che queste persone si ricordino delle loro radici e dei loro legami familiari e si mettano a disposizione”.
L’avvocata ha fatto un esempio concreto: “Quello che accade continuamente con delle società costituite in Svizzera da persone di determinate origini che ad un certo punto assumono manodopera che proviene direttamente dalla Calabria, senza alcuna formazione specifica, senza alcun know how. Vengono assunte perché qualcuno, un amico, un parente ha chiesto di assumere qualche ragazzo. E queste sono tutte delle pedine che al momento giusto, essendo grate a queste persone, dovranno sdebitarsi in qualche modo e da lì comincia un intreccio di relazioni e di sudditanza che sfocia nell’essere soldati della mafia, nell’obbedire a qualsiasi tipo di ordine senza più potersi rifiutare”.
Un intreccio di relazioni e di sudditanza
Nando Dalla Chiesa ha confermato questo modus operandi: “I compaesani non sono necessariamente complici. A volte non sanno cosa stanno facendo. Gli viene chiesto un favore: puoi conservare questo pacchetto, puoi andare a prendere questa persona che sta arrivando in Svizzera, poi trovargli una casa. È un favore. E a un compaesano non si nega. Puoi votare per questa persona, aiuterà i calabresi. Questo è il modo di fare. Non viene fatto intravedere il delitto da commettere in complicità con un’organizzazione criminale. È un favore al compaesano. E questi davvero non si negano”.
La Svizzera come base del narcotraffico
In Svizzera si stima che vengano consumate circa 5 tonnellate di cocaina all’anno. Il futuro vicedirettore della fedpol Markus Gisin, in un’intervista pubblicata oggi, lunedì, ha parlato di “vere e proprie ondate di droga che investono il nostro Paese”.
Annamaria Astrologo ha spiegato: “Nella strategia antimafia si fa riferimento al fatto che la Svizzera è una base ed è anche un luogo di passaggio. Il traffico di stupefacenti è uno dei reati scopo maggiormente commessi. Se ci riferiamo in particolare alla mafia italiana, sappiamo che in Svizzera il gruppo mafioso per eccellenza è quello della ‘ndrangheta e sappiamo che il traffico di cocaina è maggiormente diffuso. Presto o tardi il crimine organizzato tenta di immettere nel circuito legale i valori patrimoniali acquisiti dal traffico illecito, quindi è sempre collegato anche il fenomeno del riciclaggio”.
Agire prima che si spari per strada
Rosa Maria Cappa ha concluso con un avvertimento chiaro: “Non è necessario aspettare che si spari per strada per svegliarsi ed attivarsi a contrastare in maniera efficace il fenomeno mafioso. Bisogna agire prima. Bisogna impedire che il sistema finanziario, come è già accaduto, sia messo alla mercé della liquidità del fenomeno mafioso”.
Anche Annamaria Astrologo ha lanciato un allarme: “Lo scenario può sicuramente peggiorare. Adesso siamo in una situazione in cui c’è un’infiltrazione ma ancora non ci sono tanti reati violenti commessi. Però la situazione è possibile che si arrivi a scenari in cui vengano commessi anche reati violenti. Visto che dal 2021 sappiamo che dobbiamo intervenire, bisogna intensificare questa lotta”.
La professoressa ha fatto riferimento alle parole della direttrice della fedpol Eva Wildi-Cortés: “In una recente intervista aveva dichiarato: se vogliamo evitare sparatorie lungo le strade, come succede in Belgio, Olanda o Svezia, dobbiamo attivarci subito”.










