Svizzera

RUAG, domande senza risposta malgrado l’audit

Il Controllo federale delle finanze evidenzia lacune formali. Ma non risponde a domande già sollevate nei mesi scorsi da un’inchiesta RSI 

  • 21 febbraio, 12:05
  • 21 febbraio, 21:40
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Un carro armato Leopard 1 A5

  • Immagine d'archivio Keystone
Di: Emiliano Bos

“Lacune formali all’atto dell’acquisto” e “carenze nel sistema di compliance”. L’audit del Consiglio federale delle finanze ha fatto luce solo parzialmente sulla vicenda dei 100 carri armati “Leopard 1”: comprati dall’Italia 8 anni fa quando erano già ferraglia arrugginita e tuttora abbandonati a incrostarsi ulteriormente sotto la pioggia nelle pianure del Friuli, solo in parte coperti da teli di plastica verde visibili dalla provinciale che conduce in Slovenia.

I “controllori” federali tirano sonoramente le orecchie alla RUAG - azienda controllata al 100% dalla Confederazione - per non aver rispettato le regole. Ma non rispondono – non era il loro compito, del resto – a numerosi interrogativi sull’affaire Leopard sollevati da un’indagine della cellula inchieste RSI qualche mese fa. Un vero pasticcio politico-gestionale dai risvolti tuttora non chiari.

Nel mese di agosto 2023, la RSI aveva pubblicato per la prima volta i documenti inediti, ottenendo tra l’altro dal Ministero della Difesa italiano il contratto di acquisto dei 100 Leopard: un documento che il Dipartimento della Difesa svizzero si era rifiutato di rendere pubblico malgrado la nostra richiesta in base alla legge sulla trasparenza.

Per capire quali ombre ancora si addensino su questa vicenda, ripartiamo allora proprio da mercoledì 16 giugno 2016. A Parigi. Quel giorno, nella capitale francese, “qualcuno” di RUAG firma un contratto da 4,5 milioni di euro.

RUAG e la strana firma “per procura”

Secondo il Controllo Federale delle finanze (CFF) il contratto viene sottoscritto senza un’autorizzazione formale da parte della direzione e del consiglio di amministrazione della RUAG.

Il documento originale di cui la RSI ha copia mostra un’ulteriore anomalia: sono indicati nome e cognome dell’allora CEO della Divisione Defence della RUAG. Ma la firma non è la sua.

A pagina 6 del contratto, vi si legge chiaramente la dicitura “I.V.” (“in Vertretung”, che in tedesco significa “per procura”) a cui fa seguito una firma con inchiostro blu che evidentemente non è del dirigente.

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La firma di RUAG sul contratto d’acquisto

  • RSI

A chi appartiene davvero la firma di questo contratto da 4,5 milioni di euro? Una semplice perizia calligrafica permetterebbe forse di fare chiarezza sulle modalità di acquisto dall’Agenzia Industrie Difesa (AID), società collegata al ministero della Difesa italiano

“Qualcuno” firmò usando denaro pubblico della Svizzera per comprare la ferraglia militare ammassata in un cimitero di mezzi della Guerra Fredda in Piemonte che l’esercito italiano voleva smaltire.

Non solo 100 carri armati: ma una gigantesca quantità di pezzi di ricambio, dettagliati nel contratto ottenuto dalla RSI. Il minuzioso elenco di 131 pagine comprende oltre 4’700 voci relative a pezzi di ricambio come rondelle, pomelli della leva del cambio, pistoni, rosette reggispinta ma anche cannocchiali telescopici da puntamento (parte di questo materiale è stata rivenduta tramite RUAG Germania per un importo di circa 4 milioni di euro).

Sul contratto del 2016 comunque le firme per RUAG sono comunque due: l’altra sembra coincidere col nome e la funzione indicata, quella dell’allora “vicepresidente senior” con delega agli equipaggiamenti terresti. A ben guardare, la grafia dell’annotazione “Paris, 16.06.2016” parrebbe compatibile con la firma di quest’altro dirigente. L’altro, per ora, non si sa chi possa essere.

Nel contratto, RUAG s’impegna a trasferire i carri armati entro il 2017 nel deposito di una società a Villesse, in provincia di Gorizia. Dove sono rimasti finora.

La banca di Gheddafi? Tutto regolare

L’audit del Controllo federale delle finanze non si sofferma invece su un dettaglio che meriterebbe un approfondimento. RUAG acquista dall’Italia i 100 carri armati “as is” cioè nelle condizioni in cui si trovano: di fatto inutilizzabili senza un massiccio investimento di riammodernamento. Li paga a rate: 3 versamenti da 1’350’000 euro e l’ultimo da 450’000.

Denaro che viene accreditato su un contro della banca “UBAE” (nata come “Unione banche arabe ed europee”, un istituto a capitale italo-libico), già cassaforte di Gheddafi e – di fatto – il principale gruppo bancario in Libia. In assenza di osservazioni da parte dei “controllori” di Berna, c’è da ritenere che tutto sia regolare.

Cosa sapeva il Dipartimento della Difesa? Da quando?

19 gennaio 2023: sarebbe questa la data in cui il Segretariato generale del Dipartimento della Difesa guidato da Viola Ahmerd viene a conoscenza dell’esistenza dei carri armati in Italia. Cosi si legge nell’audit.

Prima, per anni, nulla. Nessuno sapeva. Davvero? Nemmeno quando il Brasile – nel 2017 – avrebbe espresso interesse nell’acquisto di questi carri armati, di cui tra l’altro l’Italia non ha mai autorizzato l’esportazione? Secondo fonti brasiliane non confermate, ufficiali dell’esercito di Brasilia sarebbero arrivati in Svizzera presso la divisione “Land Systems” della RUAG a Thun e in una sede delle forze armate elvetiche a Winterthur.

Altri elementi sono invece più chiari. Una mail di cui è in possesso la RSI viene inviata da RUAG alla SECO in relazione ai permessi necessari per la possibile esportazione con destinazione finale l’Ucraina. È il 6 febbraio 2023. Nel testo si fa riferimento a “precedenti colloqui telefonici”. L’audit federale conferma che il primo contatto in effetti risale al 13 gennaio 2023.

Stando a questa ricostruzione, i fatti dovrebbero essere questi: il Dipartimento dell’Economia (tramite la SECO) è già al corrente di una possibile richiesta per esportazione dei 100 carri armati. E il Dipartimento della Difesa negli stessi giorni non conosce nemmeno l’esistenza di questo parco-veicoli. È credibile?

L’audit, ovviamente, non può rispondere a questa domanda. La prima ammissione pubblica di Viola Ahmerd risale al 13 marzo 2023, quando esclude la vendita dei Leopard a Rheinmetall.

Eppure RUAG e la stessa Rheinmetall avevano già sottoscritto un contratto esattamente un mese prima, il 13 febbraio 2023. Il contratto ottenuto dalla cellula inchieste della RSI è chiaro: l’azienda tedesca – già produttrice dei “Leopard 1” in passato - vorrebbe acquistarli e ricondizionarli per l’export in Ucraina attraverso un paese terzo non precisato sui documenti. Risulta poi essere l’Olanda, che si dichiara però consapevole della “riluttanza” di Berna alla vendita, come scrive il governo dei Paesi Bassi.

Il resto delle procedure – secondo il Controllo delle finanze – è regolare: RUAG chiede il permesso formale per l’esportazione a fine aprile. Due mesi dopo, il 28 giugno, il Consiglio Federale si appella alla neutralità per porre il veto sull’export dei carri armati. Si chiude il dossier, ma non l’intera questione.

Vicenda chiusa? No, mancano ancora le cifre

La vicenda sembrerebbe chiusa con le dimissioni del presidente del consiglio di amministrazione di RUAG Nicolas Perrin (che aveva respinto una richiesta di intervista della RSI per commentare i documenti inediti ottenuti dalla nostra inchiesta).

Dai Dipartimenti federali della Difesa e delle Finanze è stata espressa “irritazione”. Tutto questo non basta. Occorre ulteriore chiarezza. Malgrado ripetute richieste della RSI, lo stesso Dipartimento della Difesa – finora – non ha voluto rendere pubblico l’eventuale prezzo di vendita che Rheinmetall avrebbe pagato a Ruag nel 2023.

Nemmeno l’audit del Controllo Federale delle Finanze ha ritenuto utile divulgare questo dettaglio e ha oscurato le cifre. I contribuenti svizzeri sanno che nel 2016 vennero spesi quasi 5 milioni di CHF (4,5 milioni di euro) per l’acquisto dei 100 Leopard 1, quindi circa 45mila euro l’uno.

Denaro pubblico usato – questo lo ha appurato il CFF - a insaputa dei vertici RUAG. Denaro speso per l’acquisto di veicoli “in pessime condizioni”, come si legge in una mail di RUAG del 15 febbraio 2023 di cui la RSI è in possesso. E allora perché acquistare mezzi inutilizzabili?

Al di là delle “lacune formali” e della “mancata compliance”, c’è stato spreco di denaro pubblico oppure no? Qualcuno ne deve rispondere? Quanto avrebbe potenzialmente incassato – nel 2023 - l’azienda di proprietà della Confederazione nella vendita dei 96 carri armati nel pieno della guerra in Ucraina, con il loro valore commerciale enormemente aumentato? Per ora non si sa.

Non è solo RUAG ad uscire ammaccata dall’affaire Leopard. Ma la totale mancanza di trasparenza sull’uso di risorse federali. Forse - prima o poi – queste cifre e altri dettagli verranno resi pubblici.

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