Svizzera

Stesso lavoro, stipendio diverso: la parità salariale che non arriva mai

La risposta lascia senza fiato. Se si domanda quando verrà raggiunta la parità salariale fra uomini e donne, molti rispondono con una sola parola: mai. Perfino le stesse donne sembrano aver smesso di sperare, almeno finché non saranno prese nuove misure

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Lavoro uguale, stipendio diverso

Falò 05.05.2026, 20:50

Di: Daniela Fabello e Damiano Dignola 

Dopo oltre un secolo di battaglie e malgrado l’esistenza di leggi esplicite, ancora oggi in Svizzera le lavoratrici guadagnano 657 franchi in meno al mese rispetto ai loro colleghi uomini. Per lo stesso lavoro, con la stessa formazione, con la stessa esperienza. Per motivi “non spiegati”, laddove si annida la discriminazione e dove il salario mancante non trova una giustificazione chiara.

Una discriminazione che nemmeno la Legge federale sulla parità, entrata in vigore ormai già 30 anni fa, sembra riuscire a scardinare.

C’è chi scopre di guadagnare meno dei colleghi uomini facendo lo stesso lavoro. Chi, dopo una maternità, vede la propria carriera rallentare o fermarsi per un licenziamento abusivo. Chi deve affrontare anni di tribunali solo per ottenere ciò che sulla carta dovrebbe essere già garantito: pari diritti, pari salario.

Storie di dolore e umiliazione

Una cameriera, una dottoressa, un’impiegata d’ufficio: non importa quale settore professionale una donna scelga e nemmeno il livello della sua formazione. La disparità salariale tocca tutti i settori professionali.

“Ho fatto per anni i lavori più pesanti nel ristorante in cui lavoravo”, racconta a Falò una cameriera. “Nessuno mi aiutava, dicevano che era un compito da donne. Quando il capo mi chiamava non pronunciava il mio nome, faceva schioccare le dita, era umiliante”, aggiunge. Una dottoressa invece racconta di aver fatto più turni di notte rispetto ai suoi colleghi uomini “e non mi è stato permesso di fare carriera accademica come loro”. “Quando ho annunciato di essere in gravidanza, hanno cominciato a escludermi dalle riunioni”, completa il quadro un’impiegata ticinese.

Quello che emerge è che la disparità salariale quasi sempre è accompagnata da atteggiamenti discriminatori di vario tipo e sono proprio questi i campanelli d’allarme che possono far supporre che anche in busta paga manchi una parte di soldi dovuta.

Il Canton Ticino non fa scuola, anzi

A livello svizzero il divario salariale fra uomo e donna è del 16,2% sul salario medio. Questo dicono i dati dell’Ufficio federale di statistica finora fermi al 2022. In circa la metà dei casi si tratta di un divario “non spiegato”. In Ticino invece la parte di salario mancante per motivi non spiegati è addirittura quasi la totalità: oltre il 90% nel 2022 e l’83% nel 2024, come illustrano i dati dell’Ufficio cantonale di statistica sui rilevamenti del salario medio. Dati piuttosto passati in sordina, difficili da trovare nelle statistiche pubblicate ed emersi con chiarezza in seguito a una nostra richiesta esplicita.

Ma il Ticino si distingue anche per la frequenza di licenziamenti dopo l’arrivo di un figlio. Dopo il congedo maternità succede più che altrove di ricevere una lettera di licenziamento.

La paura di denunciare

Le violazioni alla Legge federale sulla parità possono avere molte forme, ma per le vittime di disparità salariale denunciare è spesso molto difficile. I costi legali possono essere insostenibili, i tempi per avere giustizia un perpetuarsi doloroso di un’esperienza che si vorrebbe archiviare, la difficoltà di raccogliere prove un ostacolo a volte insormontabile.

E poi c’è la paura. Diverse testimoni raccontano di aver evitato la denuncia per il timore di essere licenziate, oppure una volta licenziate, per paura di non trovare più un altro impiego per via di minacce e intimidazioni. “Quando mi hanno licenziata abusivamente dopo la maternità ho cercato un impiego in un altro ospedale”, spiega Natalie Urwyler, anestesista che fra le prime in Svizzera ha vinto la sua battaglia in tribunale. “Durante un colloquio di assunzione mi è stato detto che il mio ex datore di lavoro aveva chiamato poco prima per dire di non reclutarmi perché ho un brutto carattere”.

Niente sanzioni per chi viola la legge

Ma cosa accade quando un datore di lavoro viene riconosciuto colpevole di aver violato la Legge federale sulla parità in materia salariale? Potrebbe dover risarcire la vittima versandole la parte mancante dello stipendio che le avrebbe dovuto conferire, ma non incorre in sanzioni, spiegano diversi giuristi specializzati in diritto del lavoro.

E proprio in questo dettaglio riscontrano uno dei punti deboli della Legge federale sulla parità. Non prevede sanzioni. In questo modo la legge diventa più un’enunciazione che una protezione a tutti gli effetti.

“Non servono più leggi e nemmeno sanzioni”, sostiene invece l’Unione svizzera degli imprenditori, “anche perché la gran parte delle imprese agisce in modo corretto”.

Resta il fatto che nel 2025 il Consiglio federale ha dovuto comunicare che più della metà delle imprese chiamate per obbligo dal 2020 a condurre un’analisi al proprio interno per assicurarsi che la parità salariale fra i dipendenti e le dipendenti fosse garantita, non ha fatto le verifiche richieste. Erano chiamate a fare una verifica tutte le imprese attive in Svizzera con più di cento dipendenti. Anche in questo caso, non ci sono state sanzioni per chi ha disatteso il compito.

Nel Canton Ticino, le regole sono più severe, almeno sulla carta: le aziende con almeno cinquanta dipendenti devono dichiarare di rispettare la parità salariale se vogliono partecipare a un appalto pubblico. Si va sulla fiducia, visto che si tratta semplicemente di un’autocertificazione senza un’analisi da parte di un organo esterno. Ma possono esserci dei controlli da parte delle autorità e delle sanzioni in caso di violazioni. Ed ecco il dato: finora, a fronte di migliaia di aziende, le verifiche effettuate ogni anno non sono state mediamente neanche una decina. “Negli ultimi controlli non sono state trovate irregolarità”, sottolinea comunque Rachele Santoro, delegata cantonale per le pari opportunità.

Non c’è un posto al mondo

Non c’è neanche un paese al mondo in cui non esista la disparità salariale. Nella classifica internazionale del Global Gender Gap Report 2025 commissionato dal World Economic Forum di Davos, l’Islanda è il paese in cui c’è più equità, al primo posto da anni. La Svizzera invece, che una decina di anni fa si trovava fra i primi dieci, oggi si trova al diciassettesimo posto.

Ma non tutto è perso. Benché superata da altri Paesi per buone pratiche e buoni risultati, la Svizzera può comunque vantare dei progressi. Il divario salariale globale scende di anno in anno come dimostrano i dati sul salario medio, considerato dall’Ufficio federale di statistica il parametro più adeguato per misurare il fenomeno. Se nel 2012 le donne guadagnavano il 21,3% in meno, oggi si parla del 16,2% in meno. Una progressione lenta, forse lentissima. Una musica di sottofondo, con un andante allegro ma non troppo.

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